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  • Franceschini nomina Trione alla guida della Scuola dei beni culturali, un esempio per la scuola vera
    by Luca Beatrice on Agosto 4, 2020 at 4:00 am

    La ripresa non può che partire da nuovi modelli, intercettando nuovi pubblici. Tentare stancamente di ripristinare lo status quo ante virus sarebbe l’accettazione di una rapida morte, nei musei come tra i banchi L’articolo Franceschini nomina Trione alla guida della Scuola dei beni culturali, un esempio per la scuola vera proviene da Linkiesta.it.

  • Il romanzo di formazione femminile che abbatte le barriere
    by Elisa Amoruso on Agosto 4, 2020 at 4:00 am

    La storia di due ragazze che diventano donne e la nascita di una grande amicizia che va oltre i pregiudizi. Il tutto sullo sfondo delle palazzine della periferia romana, alla fine degli anni ’80. Il nuovo libro di Elisa Amoruso, in uscita il 6 agosto per Fandango Editore, è uno spaccato di vita di quando ancora si cresceva un po’ da soli e si diventava adulti imparando dall’esperienza L’articolo Il romanzo di formazione femminile che abbatte le barriere proviene da Linkiesta.it.

  • Per fortuna sono cresciuta senza social, almeno ho sviluppato il senso del ridicolo
    by Guia Soncini on Agosto 4, 2020 at 4:00 am

    Quand’ero ventenne vivevo nelle caverne rispetto a un ventenne di oggi, ma almeno non mi ritrovo a puntesclamativare contro gli adattatori una serie tv, come i giovani che oggi vedono “La tata” L’articolo Per fortuna sono cresciuta senza social, almeno ho sviluppato il senso del ridicolo proviene da Linkiesta.it.

  • “Rumours” dei Fleetwood Mac è la sublimazione in musica dei loro guai sentimentali
    by Carlo Massarini on Agosto 4, 2020 at 4:00 am

    L’album che consegna il gruppo alla leggenda racconta tutti i pettegolezzi tra i membri della band, comprese le loro pene d’amore e le loro sofferenze. Ma è un disco perfetto, in cui ogni canzone mantiene la crudezza e l’ansia che ci sta dietro L’articolo “Rumours” dei Fleetwood Mac è la sublimazione in musica dei loro guai sentimentali proviene da Linkiesta.it.

  • Giornata Internazionale delle Cucine Italiane
    by Aldo Palaoro on Agosto 3, 2020 at 5:56 am

    Con i “Cappelletti all’uso di Romagna” si celebra in tutto il mondo la tredicesima edizione della IDIC, International Day of Italian Cuisines. Per partecipare attivamente bisogna impastare e produrre la pasta ripiena con la ricetta della tradizione. Oppure ordinarla al ristorante L’articolo Giornata Internazionale delle Cucine Italiane proviene da Linkiesta.it.

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Tgcom24 Tgcom24 contents

  • Città d’arte in rosso
    by Tgcom24 on Agosto 3, 2020 at 12:50 pm
  • Chi sono gli art influencer?
    by Tgcom24 on Agosto 2, 2020 at 10:57 am

    Gallerie degli Uffizi (@uffizigalleries)

  • Sfregi all’arte, tutti i precedenti
    by Tgcom24 on Agosto 2, 2020 at 10:39 am
  • Art influencer, sui social vince anche chi condivide la cultura
    by Tgcom24 on Agosto 2, 2020 at 9:46 am

    Una tendenza che nasce all’estero ma che con il tempo ha iniziato a riscuotere molto successo anche a casa nostra. Uno dei primi a solcare questo terreno fu il giapponese Yusaku Maezawa. Nel 2017 annunciò tramite il suo profilo Instagram (@yusaku2020)  di aver acquistato una tela di Jean-Michel Basquiat per la cifra record di 110,5 milioni di dollari. Di colpo la sua fan base esplose arrivando a oltre 90mila followers (oggi ne conta oltre 560mila).    La sfida della cultura è stata accettata anche dai collezionisti italiani. Il caso più noto è quello del milanese Gerry Bonetti (@gerrybonetti), avvocato con il pallino per l’arte contemporanea e una pagina Instagram da oltre 90mila follower. Nei suoi scatti preferisce non mettersi in mostra, lasciando che siano le opere a rubare la luce dei riflettori. Bonetti ama però rispondere ai complimenti e alle curiosità dei suoi seguaci, dando vita a dei “salotti culturali” nei commenti dei vari post.    Un mondo, quello degli art influencer, riservato non solo a facoltosi collezionisti. Maria Vittoria Baravelli ad esempio lavora nel Museo d’Arte di Ravenna e sul suo Instagram (@mariavittoriabaravelli), dove conta quasi 23mila follower, si definisce “art sharer”. Nei suoi post la vediamo posare vicino a opere pittoriche o sculture, e non mancano video in cui la giovane ravvenate dibatte con personaggi del mondo dell’arte e della cultura.    Cristina Giopp è una storica e critica d’arte. Su Instagram per tutti è The Girl In The Gallery (@thegirlinthegallery), che gira per musei e gallerie condividendo con i suoi quasi 20mila follower gli scatti delle opere che più ama, accompagnate da didascalie che spiegano le storie e gli aneddoti che si celano dietro ai capolavori.       

  • Treviso, turista austriaco danneggia statua del Canova per un selfie
    by Tgcom24 on Agosto 1, 2020 at 5:14 pm
  • Niente Museo del Fascismo perché l’ignoranza fa comodo
    by Alessandro Gnocchi on Agosto 4, 2020 at 3:23 pm

    Alessandro Gnocchi Un museo del fascismo, allestito come si deve, sarebbe utile. Le istituzioni di questo tipo non sono luoghi di svago, ma di cultura e ricerca di prima mano Un museo del fascismo, allestito come si deve, sarebbe utile. Le istituzioni di questo tipo non sono luoghi di svago, ma di cultura e ricerca di prima mano. Non si può capire un certo ambiente futurista senza conoscere l’archivio del Mart di Rovereto. Inutile rompersi la testa su Gabriele d’Annunzio se poi si trascura l’Archivio del Vittoriale. Per questo è sbagliato il muro d’ostilità verso la proposta, lanciata a Roma, di aprire un museo dedicato al Fascismo. Già un progetto analogo a Predappio è naufragato ancora prima di partire. Chi si oppone ha il timore che, anche involontariamente, l’esposizione diventi un’apologia della dittatura mussoliniana. Perché mai dovrebbe esserlo, se ben fatto? Nei Paesi dell’Est ci sono numerosi musei del Comunismo. Non risulta che i più noti siano diventati covi di nostalgici. In Italia esistono le persone qualificate per realizzare un lavoro con i fiocchi. Un museo del Fascismo serve a storicizzare, comprendere e superare il passato che ancora ci tormenta. Appena il livello dello scontro si alza, il dibattito pubblico ripiomba ogni volta nelle accuse (reciproche) di fascismo. Davvero qualcuno crede che i totalitarismi e la dittatura possano ancora riproporsi nelle forme novecentesche? Allora, a maggior ragione, dovrebbe sostenere l’idea di un museo del Fascismo. Come evitare di ripetere gli errori del passato, se non incentivandone la conoscenza? Sarebbe un’occasione per studiare a dovere anche gli aspetti scabrosi e criminali del Ventennio, a partire dalle leggi razziali. La mostra alla Fondazione Prada, Post Zang Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, a cura di Germano Celant, è stata tra le più importanti nell’ultimo periodo (era il 2018). Ha dimostrato che il fascismo aveva una cultura. Bella, brutta, ideologicamente da condannare? Il giudizio era lasciato al visitatore, ma l’esposizione non era certo liquidabile con il bollino «propaganda neofascista». Al MuSa di Salò c’è un’ampia sezione dedicata alla Repubblica Sociale e alla guerra civile, con un’attenzione particolare alla propaganda. Anche in queste sale, nonostante le polemiche preventive, non c’è nulla se non il desiderio di essere consapevoli della propria storia. In ottobre, a Brescia, aprirà la mostra Giovani sotto il fascismo organizzata dal Centro Studi sulla Rsi diretto da Roberto Chiarini. L’apparato fotografico si annuncia straordinario per il valore scientifico. Non c’è alternativa alla ricerca, a meno che non si voglia utilizzare l’ignoranza per fini politici, in una direzione o nell’altra. Tag:  fascismo museo

  • Boncompagni, la mamma della radio che fece impazzire anche Al Capone
    by Massimo M. Veronese on Agosto 4, 2020 at 2:57 pm

    Massimo M. Veronese Maria Luisa Boncompagni, la prima anchor woman É stata la prima anchor woman del mondo, la voce della radio appena nata, la donna che aprì le porte a un mondo nuovo. Annunciò la fine della guerra, conquistò Guglielo Marconi e Tazio Nuvolari. E una volta con Benito Mussolini…. Non aveva resistito. Quella voce che arrivava dall’Italia nella notte di Chicago, attraverso le onde misteriose della radio, flebile, disturbata, ma bellissima, gli aveva fatto perdere la testa e non solo perché quella voce parlava la lingua di mamma Teresa, almeno quando mamma Teresa non parlava il salernitano stretto. Si decise così a spedire un appassionato bigliettino a quella voce senza volto, «dolce, viva, piena di sfumature e di calore». Scrive sulla busta nome e indirizzo «Misteriosa annunziatrice, Uffici della Radio, Roma» e si firma per esteso: Alfonso Capone. Detto «Al».Quando la legge Maria Luisa non fa una piega. La rimette dentro la busta e la consegna alla cassettiera insieme a quelle di tutti gli altri. Quella di Tazio Nuvolari, il mantovano volante che faceva correre le Bugatti e girare la testa alle signorine, quella di Pietro Mascagni, che la faceva sempre un po’ sorridere perché quando aveva presentato il suo primo concerto si era emozionata e invece di dire «ed ecco a voi Le maschere di Mascagni aveva detto ed ecco a voi Le Mascagne di Mascheri ». E poi quella di Guglielmo Marconi, il genio che aveva inventato la radio di cui lei era la primadonna: era quella a cui teneva di più perché accompagnata dalla foto. «La vostra parola cade sopra il mio udito come rugiada fresca sopra un giardino assetato in mezzo dell’estate» è la dichiarazione di un ammiratore poeta, «Se tu non mariata con nessuno, allora maritare con me» quella più terra terra di un gangster marsigliese. Ne riceve a migliaia così. Maria Luisa Boncompagni era la prima in tutto. La prima annunciatrice della radio, la prima voce che sbuca dal buio dell’etere in una sera di inizio ottobre di quasi cento anni fa. Dice: «Uri, Unione Radiofonica Italiana), 1-Ro stazione di Roma. Lunghezza d’onda metri 425. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e il nostro buonasera. Sono le ore 21 del 6 ottobre 1924. Trasmettiamo il concerto di inaugurazione della prima stazione radiofonica italiana, per il servizio delle radio audizioni circolari: il quartetto composto da Ines Viviani Donarelli, Alberto Magalotti, Amedeo Fortunati e Alessandro Cicognani, eseguirà Haydn dal quartetto Opera 7, I e II tempo». Anche se un contenzioso storico attribuisce invece alla Donarelli stessa queste prime parole. É la prima anchor woman del mondo, la prima testimonial pubblicitaria, per l’azienda che a quei tempi fornisce gli apparecchi per le previsioni del tempo, persino la prima radiocronista: «Conducevo un programma per i bambini, mi facevo chiamare Zia Radio, e sotto gli studi di via Maria Cristina stava passando la Reale con la banda in testa, per il cambio della guardia al Quirinale. Il nostro non era un vero studio e dalle finestre arrivava il rumore della strada. Figuratevi un po’ la banda… Così portai davanti alla finestra il cavalletto che sorreggeva il microfono e dissi: volete sentire di che cosa è capace la radio? Spalancai le finestre e raccontai quella sfilata di soldati e musicisti che passava sotto di noi». Pensare che la radio all’inizio la snobbano in tanti. È costosa, faticosa, ingombrante. L’apparecchio a galena, dove per trovare la stazione ci vuole la tenacia di un ricercatore, è inguardabile in salotto. Meglio la quattro valvole che costa quattromila lire, quando il reddito medio in Italia è sulle tremila lire all’anno. Poi funzionano a singhiozzo, si spengono per un niente, intercettano le scariche del temporale e il brusio degli ascensori e le prime trasmissioni durano solo un’ora e mezzo, dalle 21 alle 22.30, perchè bisogna far riposare «le esauste valvole». Piano piano però cambia tutto. Decolla grazie a due giganti, Nicolò Carosio e Nunzio Filogamo, a un concerto, quello della «Martini e Rossi» che va in onda tutti i lunedì sera e alla guerra d’Abissinia. Ma Maria Luisa era speaker prima ancora che nascesse la radio. Un giorno, è il 1914, legge un annuncio pubblicato su Il Messaggero, cercano una «signorina buona dicitrice» per l’Araldo telefonico, una specie di giornale radio che attraverso il telefono intrattiene gli abbonati con notizie lette dai giornali e brani musicali, praticamente il padre della radio e il nonno dello smartphone. Si gira la manovella e nelle case degli abbonati suona il cicalino. Costa cinque lire al trimestre e non è raro che a riscuotere il dovuto ti capiti a casa proprio lei, la Boncompagni in persona. Assunta per 80 lire al mese. Una volta però la prendono a male parole. Capita quando legge in diretta il fogliettino che le porta il più sbrigativo dei giornalisti che collaborano con l’Araldo, da leggere subito. C’è scritto: «In questo momento le sante fucilate risuonano sulle balze del Trentino…». È l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia. Quel «sante fucilate» manda in bestia i pacifisti. Centinaia di telefonate di insulti: «Ma cosa c’entravo io? Avevo 22 anni, ero stata appena assunta, quello che mi dicevano di leggere, leggevo». Lo sbrigativo giornalista che gli mette in mano quel foglietto si chiama Benito Mussolini. Non sopportava invece di essere chiamata «annunciatrice ». «Sono segretaria, giornalista, conduttrice. E qualche volta donna delle pulizie del mio studio…». Per più di quarant’anni è la voce della radio, la mamma delle signorine Buonasera, la nonna delle dj, dall’Italia fascista a quella del dopoguerra, dalla Dolce vita al Sessantotto. È lei a leggere il bollettino della vittoria della Prima guerra mondiale firmato Diaz, è lei a lanciare l’appello ai superstiti del dirigibile Italia subito dopo la tragedia al Polo Nord. La chiamano «l’Usignolo della radio» e «la mitragliatrice delle parole» «era così popolare – raccontava Nunzio Filogamo suo compagno di lavoro a Sorella radio e di villeggiatura a Celle Ligure – che i malati applaudivano solo a sentirne la voce: le volevano bene senza averla mai vista in faccia». All’inizio il suo lavoro ha le frenesie delle comiche di una volta. Comincia il programma suonando all’armonium un accordo in fa maggiore: non conosce le note ma i tasti hanno i numeri. Mette quindi il primo disco sul piatto del grammofono, corre al microfono per annunciare la canzone, torna al grammofono per far partire il disco, prepara quello successivo e ricomincia. Alzandosi e sedendosi decine di volte. In chiusura fa il conto alla rovescia e, deng!, batte un martello contro una campana. Per dare il segnale orario invece aspetta il colpo di cannone del Gianicolo. Le capita qualche gaffe quando legge i risultato sportivi: «Milano b puntato Bologna uno a zero, Torino b puntato Roma due a uno». Le spiegano, ma dopo, che quella «b puntato» vuol dire «batte»: Milano batte Bologna, Torino batte Juventus. Una faticaccia che non paga. Solo un vitalizio della Rai unito alla pensione di ottantamila lire le permettono di vivere decentemente. Fino a quel momento per campare dà lezioni private di dizione a casa sua. Ma altre, diceva, erano le sue soddisfazioni. Come quando, è l’aprile del 1943, nello scompartimento del treno dove viaggia un timido ufficiale di fanteria le domanda: «Mi scusi signora, ma lei è Zia Radio?, «Lo ero ma tanti anni fa» «La sua voce, sapesse da quanto tempo me la porto nel cuore. Ero uno dei suoi nipotini radiofonici: un giorno le scrissi una cartolina chiedendole di fare il mio nome per radio. Non solo lei disse: “Luigino, sei in ascolto?”, ma mi mandò anche un bacio. Sapesse il bene che mi ha fatto. A dieci anni non avevo più la mamma e sentirmi chiamare con quell’affetto mi riempì il cuore. E adesso che parto per la guerra incontro lei, la mia Zia Radio…» Ricordava: «L’avevo davanti agli occhi, alto e ben piantato. Ricacciai in gola le lacrime e, con il mio sorriso più bello, lo abbracciai e gli dissi: allora, Luigino, quel bacio che ti mandai per radio ora te lo do di persona. Di lui non seppi più nulla». Era un’onda, ma di amore. Tag:  boncompagni radio capone

  • Quando un “debole” si vendica è spietato. Doppio Simenon per un’estate da brividi
    by Daniele Abbiati on Agosto 4, 2020 at 6:54 am

    Daniele Abbiati Le reazioni (emotive) a catena rendono implacabili soprattutto i timidi… Quando i deboli prendono piena coscienza della propria debolezza, per gli altri sono dolori. Georges Simenon, gran conoscitore e assemblatore dei caratteri dei suoi personaggi e delle reazioni a catena che determinano con chimica implacabilità, spesso mostra proprio… un debole per i deboli. Accade a esempio in Il signor Cardinaud, uscito pochi mesi fa da Adelphi (dopo l’edizione Mondadori del 1957 che portava il titolo Sangue alla testa), dove un marito cornificato, pur senza caricare il nemico come un toro che vede rosso, riesce a consumare una pesante vendetta. E accade anche in I superstiti del Télémaque (pagg. 187, euro 18, traduzione di Simona Mambrini) che sempre Adelphi ha da poco proposto facendo seguito all’edizione mondadoriana del ’48. Anche qui si tratta di questioni familiari, e anche qui entra in gioco la gelosia, pur se mascherata da un affetto fraterno vissuto come una condanna a vita. Siamo a Fécamp, nel 1939. Pierre e Charles Canut, fratelli 33enni, sono biologicamente gemelli, ma per carattere e inclinazioni e (ciò che forse più conta) per gli occhi del mondo sono l’uno l’opposto dell’altro. Pierre, spavaldo, ammirato da tutti e con le stimmate del leader, è il capitano del peschereccio Centaure. Charles, timido, sottovalutato da tutti e remissivo, è impiegato nelle ferrovie. Quando il primo, appena rientrato in porto, viene arrestato sotto l’accusa di aver ucciso Février, un vecchio dall’oscuro passato, il secondo si sente in obbligo di fare ciò che ha sempre fatto: lui, il debole, deve difendere l’altro, il forte. A pagina 27, le parole dell’anziana madre dei due fanno velatamente riferimento a un dramma del passato. Parlando della vittima dice: «Sono andata al suo funerale per assicurarmi che fosse proprio morto. Erano quattro, e adesso che anche l’ultimo ha raggiunto gli altri, il mio Canut potrà finalmente entrare in paradiso…». Nel 1906, al largo di Rio de Janeiro, il quattro alberi Télémaque affondò. Ventotto giorni dopo una nave a vapore inglese intercettò una scialuppa con cinque uomini a bordo, uno dei quali morto e con una strana ferita al polso: era Pierre Canut, il padre di Pierre e Charles, dei quali la moglie era ancora incinta. La ferita sul corpo di Pierre senior è l’indizio di un fatto agghiacciante che naturalmente non sveliamo (ma è sufficiente chiedersi come si possa sopravvivere un mese in pieno oceano senza cibo né acqua dolce, per intuire di che cosa si tratti). E Février era uno dei quattro… Scandita dagli articoli dei giornali che danno conto delle indagini sull’omicidio di cui è ora accusato Pierre, la narrazione di Simenon si muove sul doppio binario del passato e del presente. Curiosamente, come il protagonista di Il signor Cardinaud, anche Charles si prende una settimana di permesso dal lavoro, per tentare di rimettere le cose a posto, lanciando la scialuppa di salvataggio al gemello, il quale si dichiara innocente. A Charles occorre trovare un altro (o un’altra) colpevole, e occorre come al solito sacrificarsi, anche a costo di annullare sé stesso. In fondo, lui e Pierre sono, 33 anni dopo, gli ultimi superstiti della tragedia del Télémaque. Tag:  libri gialli

  • Libri, librerie e recensioni. Le confessioni di Orwell
    by Seba Pezzani on Agosto 4, 2020 at 6:53 am

    Seba Pezzani Il grande autore inglese ci consegna un interessante autoritratto attraverso i suoi gusti in fatto di letture Alzi la mano chi non ha mai curiosato in una libreria senza portarsi a casa un volume di uno scrittore ignoto, magari perché la copertina aveva suggestioni irresistibili o, semplicemente, perché il libro in questione era un bell’oggetto. Libri contro sigarette (Nuova Editrice Berti, pagg 94, euro 12; traduzione di Sara Aggazio) di George Orwell (1903-50) non è un libro di un autore ignoto, ma di certo è un oggettino allettante, talmente piccolo da stare nella tasca di una giacca. Eppure, malgrado le dimensioni ridotte, c’è tanta sostanza in questa raccolta di scritti risalenti al 1945-46 (con l’eccezione del primo, «Ricordi di un libraio», del 1936) in cui Orwell ci racconta cosa sia la scrittura per lui e pure quale forma di straordinaria attrazione esercitino i libri. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e i tempi sono certamente cambiati, con lo strapotere degli strumenti elettronici che sempre più fagocitano il passatempo della lettura, ma i principi sono gli stessi e le parole di Orwell, ancora una volta, pungono come punteruoli. Siamo nella fase della maturità del grande autore inglese, morto nel 1950, prima ancora di compiere 47 anni. Il 1945 è l’anno della pubblicazione de La fattoria degli animali e la sua opera più celebre, 1984, sarebbe uscita nel 1948 e Orwell non avrebbe fatto in tempo a godere del suo successo. Si tratta di due romanzi rivoluzionari, malgrado qualcuno li abbia tacciati di moralismo strisciante, a tratti indigesto. Libri contro sigarette potrebbe piacere persino a quei lettori che mal digeriscono i predicozzi, persino quando mascherati da affreschi popolari. Le parole di Orwell, anche quando affronta il tema caro della scrittura, appartengono di diritto al suo stile abituale: asciutto, talvolta talmente semplice da far storcere il naso a chi lo ritiene didascalico. Nulla di più falso: non c’è il minimo autocompiacimento dell’autore in nulla di ciò che scrive e, in questi brevi saggi, lo dichiara apertamente, togliendo ogni dubbio al riguardo. In «Ricordi di un libraio» c’è tutta la passione del lettore-scrittore che è pronto persino a lavorare in una libreria pur di restare nel suo ambiente. Eppure, non manca qualche battuta sagace. «La vera ragione per cui non mi piacerebbe rimanere nel commercio di libri per sempre è che, quando ci ho lavorato, ho perso il mio amore per i libri. Un libraio è costretto a mentire sui libri e questo porta a una sorta di repulsione nei loro confronti; ancora peggio è il fatto che deve sempre spolverarli e trasportarli avanti e indietro». Nella sua carriera, Orwell fu pure un giornalista e saggista. In «Confessioni di un recensore» dice che «La maggior parte delle recensioni offre un resoconto dei libri inadeguato e fuorviante». Che avesse patito le angherie di qualche collega poco tenero nei confronti dei suoi scritti? Fatto sta che il concetto può essere valido tuttora. Particolarmente esilarante è «I buoni libri brutti», in cui Orwell si appropria della buffa definizione coniata, sembra, da G.K. Chesterton. Il buon libro brutto è «quel tipo di libro che non ha alcuna pretesa letteraria ma che risulta più leggibile di tante produzioni serie cadute nell’oblio». Orwell inanella una serie di picconate ai danni di alcuni autori vanitosi e pretenziosi, con un sarcasmo che ricorda da vicino le simpatiche censure di Mark Twain ai danni di illustri colleghi, come James Fenimore Cooper. In fondo, «L’esistenza della buona brutta letteratura… ci ricorda che attività artistica e attività intellettuale non vanno sempre di pari passo». La capanna dello zio Tom è «un caso esemplare di buon brutto libro… Un libro involontariamente comico, pieno di insensati episodi melodrammatici, profondamente toccante e autentico». In «Perché scrivo», Orwell esprime grande sincerità e predisposizione all’autocritica, oltre che una certa autoironia, tratto quest’ultimo che non sempre è parso evidente nella sua carriera. D’altro canto, La fattoria degli animali e 1984 non sono esattamente due commedie. Ma Orwell pare insistere sul fatto che l’esercizio della scrittura sia meno intellettuale di quanto lo scrittore medio pretenda. E si scrive per quattro ragioni: puro egocentrismo; ardore estetico; urgenza storica; fine politico. Inutile negarlo: Orwell è un autore politico, di convinzioni socialiste e al tempo stesso fortemente critico verso la deriva autoritaria dei tentativi di socialismo reale a cui aveva assistito. Le sue stesse esperienze in seno alla polizia imperiale indiana, in Birmania, e la conoscenza dell’imperialismo e dei totalitarismi incrementarono il suo «disprezzo per l’autorità» e lo portarono «in contatto, per la prima volta, con la classe operaia». Orwell scrive perché vuole smascherare menzogne, ma pure perché il romanziere ha un afflato estetico che lo distingue dal semplice cronista. Tag:  libri Persone:  George Orwell

  • Le Partigiane liberali che lottarono per un’Italia non rossa
    by Dino Cofrancesco on Agosto 4, 2020 at 6:53 am

    Dino Cofrancesco Lo studio di Rossella Pace racconta un pezzo di Resistenza dimenticata. E non per caso Segretario Generale dell’Istituto Storico per il Pensiero liberale Internazionale e allieva del compianto Fabio Grassi Orsini – al quale si deve l’imponente Dizionario del liberalismo italiano, 2 vol. Ed. Rubbettino 2011 e 2015 – Rossella Pace, con il nuovo saggio, Partigiane liberali. Organizzazione, cultura, guerra e azione civile (Ed. Rubbettino), prosegue la ricerca iniziata con La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana (Rubbettino 2018), già recensita su queste colonne. Competenza filologica e passione intellettuale sono qualità della studiosa che escono qui pienamente riconfermate. Grazie a una meticolosa e completa esplorazione degli archivi, delle memorie, dei diari, dei documenti più vari, Rossella Pace ricostruisce un ambiente culturale e politico resistenziale che la storiografia aveva rimosso. È la Resistenza delle donne, in genere, e la Resistenza delle donne liberali che tanta parte ebbe nel destino della Resistenza liberale. «La Resistenza, in quanto lotta armata, fu vissuta essenzialmente come una esperienza maschile. Le donne che vi parteciparono nella loro differente appartenenza politica furono molte di più di quante siano state poi riconosciute come partigiane, e il loro ruolo è stato taciuto per molto tempo». Le partigiane combattenti furono 35mila e 70mila fecero parte di quelle reti che assicuravano ai partigiani importanti supporti logistici, assistenza sanitaria, rifornimento di armi e di vettovaglie, sostegno alle famiglie, passaporti e lasciapassare falsi. In questa opera, si distingue l’eroina della storia in esame, Virginia Minoletti Quarello, grande figura di donna liberale che, in Liguria e in Lombardia, svolse un compito fondamentale di raccordo, anche politico, tra le più eminenti figure del liberalismo italiano, dal mitico comandante Edgardo Sogno ad Anton Dante Coda (il cui diario, scritto tra il 1946 e il 1952, si può leggere nel bellissimo libro Un malinconico leggero pessimismo -Ed. Olschki – di Gerardo Nicolosi, altro degno allievo di Fabio Grassi Orsini). Virginia Minoletti scrisse un libro di memorie Via privata Siracusa (1946) – ripubblicato da Ultima spiaggia, collana Isole, nel 2016 -in cui rievocò la sua attività negli anni difficili della RSI ma, grazie allo scavo negli archivi di Rossella Pace, emerge un quadro della sua personalità, del suo impegno civile, della sua filosofia politica assai più completo ed esauriente. La cifra della Minoletti, e del cenacolo liberale di cui fu animatrice era duplice: un patriottismo sincero di matrice risorgimentale e un senso altissimo, einaudiano e crociano, della libertà politica unito a un femminismo autentico che rivendicava il diritto delle donne alla pari dignità e la loro piena idoneità a svolgere le funzioni sociali e politiche riservate per tradizione al sesso maschile. «Il Partito liberale, scrive l’autore, diede molti uomini e donne alla lotta di liberazione, i quali ricoprirono un ruolo attivo fin dall’inizio del movimento resistenziale». Come mai, si chiede allora, fu quasi l’unico partito a non ammantarsi di benemerenze resistenziali? Rossella Pace fa bene a illuminare una zona della storia della Resistenza rimasta in ombra ma quella che lei considera quasi una colpa dei liberali – non tanto l’aver quasi ignorato il contributo delle donne liberali alla lotta antifascista, e (su questo ha ragione, quanto la messa in sordina dello stesso apporto liberale – a ben riflettere, aveva una motivazione civile che oggi comprendiamo sempre di più. «La memoria della partecipazione dei militanti liberali alla Resistenza – si legge nelle Conclusioni del libro – divenne per molti versi imbarazzante, troppo divisiva, e venne quindi raccontata poco, male, in maniera rapsodica, se non spesso addirittura abbandonata da molti protagonisti (i Minoletti tra questi) a causa della loro delusione per l’esperienza politica successiva». In realtà, per i liberali – se dalla categoria si escludono gli ossessi di azionismo come Franco Antonicelli – la legittimità della Resistenza stava nella restaurazione delle libertà civili e politiche conculcate dalla dittatura fascista. Compiuto il loro dovere, combattendo in montagna e cospirando in città, pensavano a una grande riconciliazione nazionale, in grado di assicurare il beneficio della democrazia anche a quanti – spesso in buona fede – avevano creduto nel duce e nelle sue promesse. Con i suoi umori rivoluzionari e palingenetici, l’antifascismo azionista, socialista, comunista, consapevolmente o no, avrebbe voluto, invece, protrarre sine die la guerra civile, fino alla rigenerazione morale, politica e sociale di un paese corrotto dall’esecrato ventennio. Era difficile, per un liberale, identificare la legalità democratica con la legittimità antifascista e ritenere la volontà espressa dal demos (che nel dopoguerra mostrava attitudini moderate e conservatrici) valida solo se in linea con le direttive ideali dell’ANPI, come si pretese nelle gloriose giornate del giugno 1960. Debbo dire, però, che anche tra i socialisti riformisti il mito della Resistenza aveva poca presa. L’indimenticabile Giuseppe Faravelli, successore di Ugo Guido Mondolfo alla direzione di Critica Sociale, era quasi infastidito quando gli si ricordavano i tanti anni passati in galera per la sua attività antifascista. Un Paese civile non dimentica la storia ma non sta sempre lì a esaltare i vincitori di una guerra civile e a processare i vinti. Ho l’impressione, che Rossella Pace, a forza di frequentare gli Istituti Storici della Resistenza, tenda a sopravvalutare «il contributo dei partigiani alla vittoria alleata in Italia», a suo avviso, notevole e al di là delle «più ottimistiche previsioni». Che senza le «vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante, e così a poco prezzo» è una citazione che poteva trovare solo sul sito www.anpi.it/storia/storie-della-resistenza-italiana. Forse citare fonti più realistiche sarebbe stato più prudente. Questo rilievo e altri che si potrebbero fare al libro (come la confusione tra Giovanni Battista Canepa e Giuseppe Canepa) non tolgono nulla, però, ai meriti acquisiti dalla giovane ricercatrice. Tag:  resistenza partigiani libri

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