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  • Gastrodelivery al bacio
    by Giulia Pacchiarini on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    In ottemperanza al nuovo DPCM del 25 ottobre 2020, da lunedì fino al 24 novembre, in ogni città molti tra bar, pub, ristoranti, gelaterie e pasticcerie proporranno e un ricco menu, da servire a domicilio e d’asporto. A sostegno di ognuno di loro, ogni giorno, puntuali come il languorino delle 19.00, vi racconteremo un ristorante a cui affidarvi e un piatto da provare, nella vostra sala da pranzo L’articolo Gastrodelivery al bacio proviene da Linkiesta.it.

  • Non è un lockdown, ma il dpcm rischia di far fallire locali e circoli culturali
    by Dario Ronzoni on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    Per i centri di aggregazione sociale non è bastato seguire alla lettera norme e protocolli, il provvedimento li colpisce lo stesso, perché la cultura, in quanto non produttiva, è considerata superflua L’articolo Non è un lockdown, ma il dpcm rischia di far fallire locali e circoli culturali proviene da Linkiesta.it.

  • Da dove viene e come si produce il caffè che beviamo ogni mattina
    by Anna Prandoni on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    Dieci cose da sapere per conoscere, scegliere e apprezzare ancora di più la bevanda scura e corroborante che sorbiamo avidamente ma che non conosciamo a fondo. Compreso il nuovo luogo dove scoprire tutto questo L’articolo Da dove viene e come si produce il caffè che beviamo ogni mattina proviene da Linkiesta.it.

  • A che cosa servono i concorsi nel mondo del vino?
    by Jacopo Cossater on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    Scorrendo i vini presenti su un qualsiasi scaffale, al supermercato come in enoteca, all’estero e un po’ anche in Italia, è sempre più comune imbattersi in adesivi che rappresentano medaglie d’oro e d’argento. Riconoscimenti che testimoniano che quella bottiglia è stato assaggiata e premiata da una giuria in occasione di un concorso internazionale L’articolo A che cosa servono i concorsi nel mondo del vino? proviene da Linkiesta.it.

  • La società senza senso delle proporzioni (e con molta suscettibilità)
    by Guia Soncini on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    Uno dei tic del periodo che stiamo vivendo è portare tutto all’estremo: un linguaggio irrimediabilmente condizionato da internet, il luogo in cui non esiste la continenza, ma ci sono solo orrore e meraviglia, tragedie tragiche e fenomeni fenomenali L’articolo La società senza senso delle proporzioni (e con molta suscettibilità) proviene da Linkiesta.it.

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  • “L’ultimo sorso. Vita di Celio”: Mauro Corona torna bambino e racconta la storia del suo mentore
    by Tgcom24 on Ottobre 27, 2020 at 1:03 pm

    Nel racconto, l’autore si riscopre bambino, mettendo nero su bianco le parole -sempre misurate e mai lasciate al caso- dell’anziano amico e compagno di bevute, alla ricerca delle radici di un male di vivere sempre scacciato e mai sopito, nel duro e apparentemente impenetrabile cuore da montanaro.   La scrittura, aspra, nervosa e autentica, riflette la tempra del protagonista, dietro le cui vicissitudini si legge in controluce l’autobiografia dell’autore, vero alter ego di Celio e solo testimone di un’esistenza che si fa simbolo di una terra sospesa nel tempo, in cui la solitudine sembra l’unico rimedio al contagio della miseria e del dolore. Le uniche leggi e autorità riconosciute sono quelle della natura, al tempo stesso madre e matrigna.   Mauro Corona, con questo libro, tiene viva la fiamma del ricordo del suo mentore e fa luce sul potere dell’amicizia, rara e inafferrabile, ma capace di farsi salvifica nell’ostilità e nell’indifferenza del mondo.   L’autore – Mauro Corona è nato a Erto (Pordenone) nel 1950. È autore di “Il volo della martora”, “Le voci del bosco”, “Finché il cuculo canta”, “Gocce di resina”, “La montagna”, “Nel legno e nella pietra”, “Aspro e dolce”, “L’ombra del bastone”, “Vajont: quelli del dopo”, “I fantasmi di pietra”, “Cani, camosci, cuculi (e un corvo)”, “Storia di Neve”, “Il canto delle manére”, “La fine del mondo storto” (premio Bancarella 2011), “La ballata della donna ertana”, “Come sasso nella corrente”, “Venti racconti allegri e uno triste”, “Guida poco che devi bere: manuale a uso dei giovani per imparare a bere”, “La voce degli uomini freddi” (finalista premio Campiello 2014), “Una lacrima color turchese”, “I misteri della montagna”, “Favola in bianco e nero”, “La via del sole”, “Nel muro” e delle raccolte di fiabe “Storie del bosco antico”, “Torneranno le quattro stagioni”, “Il bosco racconta”, tutti editi da Mondadori. Ha pubblicato inoltre “La casa dei sette ponti” (Feltrinelli, 2012), “Confessioni ultime” (Chiarelettere, 2013), “Quasi niente” (con Luigi Maieron, Chiarelettere, 2016).    L’anteprima in esclusiva per i lettori di Tgcom24:   “L’ULTIMO SORSO. VITA DI CELIO” di Mauro Corona Mondadori 204 pagine Prezzo: 18,50€

  • Mostre, antiche sculture al British Museum
    by Tgcom24 on Ottobre 26, 2020 at 5:44 pm
  • “Le ragazze bookclub”: su Instagram un originale circolo del libro 
    by Tgcom24 on Ottobre 26, 2020 at 3:36 pm

    In cosa consiste il vostro progetto? “Il nostro book club nasce con l’obiettivo di celebrare la lettura come forma di intrattenimento pop, al pari di cinema e serie TV. Ci siamo rese conto, infatti, che a differenza di altre forme di cultura più accessibili, la lettura è sempre stata contraddistinta da un carattere di esclusività, che nel tempo ha contribuito a disincentivare i lettori meno appassionati. L’idea è di fare uscire i libri dai salotti intellettuali e riportarli sui comodini delle persone e proviamo a farlo utilizzando il linguaggio dei social.” Che tipologia di libri consigliate? “Ogni mese suggeriamo un libro contemporaneo, scritto da una donna. Teniamo molto al tema della rappresentazione femminile nell’intrattenimento e scegliamo libri, più o meno famosi, di autrici che raccontino un punto di vista forte, su tematiche attuali, attraverso le proprie protagoniste. Oltre al libro del mese a cui dedichiamo più spazio, condividiamo quotidianamente con la nostra community consigli di libri che in qualche modo possano essere d’ispirazione. Non c’è un genere in particolare, proviamo a spaziare proprio per coinvolgere più tipologie di lettori possibili.” A chi è rivolto il vostro Book Club? “A tutti. Siamo sicure che esista un libro per tutti, bisogna solo trovarlo. Esplorare i propri gusti e non avere pregiudizi verso alcun genere!” Come convincete i vostri follower a leggere i libri che consigliate? “Secondo noi non si tratta di “convincere” ma di “ispirare”. Uno dei momenti più emozionanti, ad esempio, è quando abbiamo la possibilità di parlare direttamente con le autrici dei libri che selezioniamo. Abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare con Lisa Taddeo, autrice di Tre Donne, best seller del New York Times, con Ortensia Visconti, giornalista ed ex-reporter di guerra che ci ha raccontato alcuni aneddoti della sua esperienza in Afghanistan e Alexis Schaitkin, autrice esordiente americana. I loro libri, oltre che le loro storie personali, sono state fonte di grande ispirazione.” Un’ispirazione che i vostri follower sembrano apprezzare… “Assolutamente sì! Per noi una delle soddisfazioni più grandi è ricevere messaggi da persone che avevano perso la passione per la lettura e, grazie ai nostri suggerimenti, l’hanno ritrovata e rinvigorita. Ci piace l’idea di mantenere una relazione personale con i nostri follower. In molti ci scrivono in privato per commentare insieme i libri o chiederci uno spunto per un nuovo acquisto e noi siamo felici di aver costruito questo rapporto di fiducia con loro. E’ divertente sapere che ci sono persone in attesa del nostro prossimo suggerimento del mese!” A proposito, quale sarà? “Sarà un libro molto emozionante, su una tematica chiave dei nostri tempi… ma non possiamo dire altro. Lo scoprirete il primo novembre!” Non ci resta che aspettare. Trovate il profilo Instagram qui: @leragazze.bookclub

  • Quadro di Banksy venduto all’asta per oltre 8 milioni di euro
    by Tgcom24 on Ottobre 22, 2020 at 11:24 am
  • “Cucina milanese contemporanea”, un viaggio alla scoperta dei piatti della tradizione meneghina 
    by Tgcom24 on Ottobre 22, 2020 at 10:07 am

    Le introduzioni ai capitoli sono ricche di curiosità storiche e di consigli pratici sulla selezione degli ingredienti migliori, la loro stagionalità e i produttori virtuosi da cui acquistarli. Non mancano pagine dedicate agli autori, che, ognuno a modo proprio, hanno dato lustro alla tradizione gastronomica meneghina, come il Manzoni, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Gaber, Nanni Svampa, Carlo Porta.   Il libro raccoglie in tutto 73 ricette che esplorano il passato e il presente con suggerimenti per rendere leggeri e digeribili i piatti preparati. La prima parte è dedicata alle verdure, storicamente punto debole della tradizione della cucina milanese. Grande attenzione è data anche alle rane e alle lumache, così come al cosiddetto quinto quarto, cioè le parti dell’animale che vanno al di là dei “tagli nobili”.   All’interno del libro, i lettori potranno anche trovare le parole che il sindaco Beppe Sala, ha dedicato alla città di Milano, che, sebbene abbia subito una trasformazione senza precedenti, è ancora animata dai valori di un’epoca. “Il mondo dei ranai e dei bechée di un tempo è lo stesso degli allevatori scrupolosi e contadini virtuosi del presente. Gente che faticava e che fatica, retta da una tempra morale forte. La base necessaria della Milano di ieri, oggi e domani”.   Gli autori – Cesare Battisti, nato a Milano nel 1971, è chef e oste del Ratanà. E’ considerato uno dei cuochi più rappresentativi della tradizione milanese e lombarda. E’ anche membro dell’Alleanza dei Cuochi di Slow Food, nonché chef ambassador di Expo 2015. Dal 2016 è anche segretario generale di Ambasciatori del Gusto. L’altro autore è Gabriele Zanatta, classe 1973, milanese di sangue veneto e pugliese, è specializzato in cucina e ristorazione globale. Collabora ai contenuti del congresso internazionale di Identità Golose, per il quale coordina la Guida ai Ristoranti d’Italia, Europa e Mondo. E’ giornalista e docente di Storia e orientamenti della ristorazione in diversi istituti e università. Ad arricchire il libro, le illustrazioni di Gianluca Biscalchin, classe 1969, nato a Roma da padre milanese e residente nel capoluogo lombardo da oltre 20 anni.   “CUCINA MILANESE CONTEMPORANEA” di Cesare Battisti e Gabriele Zanatta Guido Tommasi Editore 256 pagine Prezzo: 28€

  • “Vi racconto Carlo Scarpa. Più che un architetto il genio del superfluo”
    by Gianluca Barbera on Ottobre 27, 2020 at 7:13 am

    Gianluca Barbera Lo scrittore nel suo nuovo testo teatrale fa rivivere il grande e controverso designer Vitaliano Trevisan è uno dei migliori scrittori italiani in circolazione. Basta aprire a caso uno dei suoi libri per rendersene conto: I quindicimila passi (Premio Campiello Francia 2008), Shorts, Works, per citarne alcuni. È anche autore per il cinema e attore apprezzato: uno per tutti, Primo amore di Matteo Garrone. Ma attenzione, perché Trevisan è uno che non fa sconti a nessuno, meno che mai a sé stesso. Uno dei pochi oggi a seguire alla lettera il motto hemingwayano: «Siediti davanti alla macchina da scrivere e mettiti a sanguinare». Nessun altro è meno preoccupato di ciò che pensiamo di lui. In pratica, lui di noi se ne frega (o quasi). Ecco perché abbiamo voluto intervistarlo, approfittando della recente uscita di un suo testo teatrale (Il delirio del particolare, Oligo, pagg. 92, euro 12) incentrato sulla straordinaria figura dell’architetto e designer Carlo Scarpa (1906-1978), tra i maggiori del Novecento, e che verrà rappresentato il 24 novembre prossimo al Teatro Sociale di Brescia. Trevisan, partiamo da Il delirio del particolare. Un testo molto bello. Qual è stata la scintilla che lo ha fatto scoccare? «Come spesso accade, almeno per quanto riguarda i testi teatrali, tutto nasce da una visione, arrivata dopo una visita al cimitero Brion, che è poi la scena finale del testo, in cui la protagonista, al sopraggiungere di un temporale, fa disporre, secondo progetto, una serie di vetri. Il tetto perde. L’acqua, gocciolando, produce una melodia, ed è come se la casa (l’architettura), da tempo non più abitata, riprendesse una vita propria. Sono partito dalla fine e ho scritto a ritroso». Che cosa l’affascina della figura di Scarpa? «Vivendo a Vicenza, dove Scarpa ha vissuto e lavorato nei suoi ultimi anni, e frequentando, in gioventù, per lavoro e per passione, l’ambiente dell’architettura nei primi anni ottanta, di Scarpa ho sempre sentito parlare, da chi lo aveva incrociato, come di una figura leggendaria, assolutamente atipica e molto controversa. Da qui ho cominciato a interessarmi all’opera, rendendomi conto di quanto essa fosse il risultato di una concezione dell’architettura molto personale, fuori dalle correnti allora in voga, molto basata sul disegno, sull’approfondimento di materiali e tecniche tradizionali, e su un’attenzione al particolare, anche più minuto, che non credo abbia l’eguale». All’inizio cita una frase di Frank Lloyd Wright: «If it doesn’t leak is not a roof» (Se non perde non è un tetto). Perché proprio in bocca a un architetto? E perché collegarla a Scarpa? «Beh!, l’ha pronunciata F.L.Wright, in risposta a chi gli faceva notare che, spesso, i suoi tetti non erano impermeabili. Scarpa era un grande ammiratore dell’architetto americano, e anche le sue architetture, come del resto molta architettura moderna, hanno problemi di impermeabilità. Ricordo una mostra, vista in Finlandia, che ritornava su alcune note case di Aalto a distanza di anni, scoprendole piene di infiltrazioni». Scarpa era «un uomo che rinunciava al necessario per procurarsi il superfluo»? «Non era ricco, viveva del suo lavoro. Come potesse permettersi le ferie in Roll’s Royce con autista, le scarpe fatte a mano, o la carta da schizzi che arrivava appositamente dal Giappone, sembra essere un mistero anche per chi l’ha conosciuto, cosa che aumenta il fascino del personaggio». Trovi anche tu (come Cecchin, uno dei personaggi della commedia) che quella di Scarpa sia un’architettura di sepolcri, che ha visceralmente a che fare con la morte? «È senz’altro un’architettura che si pone il problema del tempo, di come resistere al tempo, o sfuggirgli, cosa naturalmente impossibile. Molinari, nella sua introduzione, parla di resistenza ostinata di oggetti e luoghi disegnati da Carlo Scarpa, uno degli autori più amati, citati e insieme invecchiati del secondo novecento». Resistenza ostinata e, insieme, invecchiamento. Ma a invecchiare è l’opera, non il progetto, e la vedova,tornando nella casa abbandonata, ritorna al progetto e ne riattiva le dinamiche al presente. All’ultima domanda non mi sento di rispondere». In che modo Scarpa era ossessionato dai simboli? Anzi, dal particolare, al punto di restarne ucciso? Nel testo racconti un aneddoto che lo accomunerebbe a Bashò, poeta giapponese del XVII secolo «La morte di Scarpa è in perfetto accordo con il personaggio, nel senso che mantiene molti aspetti di mistero. Nessuno, tanto per cominciare, sembra sapere perché fosse a Sendai, città in cui ha trovato la morte. Al quesito, l’architetto giapponese Arata Isozaki, in un testo commemorativo, risponde ipotizzando che anche Scarpa, come Bashò anche lui morto nei dintorni di Sendai durante un viaggio , fosse diretto, come il poeta, al mausoleo d’oro, e che Sendai fosse solo una tappa. Probabile si tratti di una coincidenza, ma è una spiegazione molto poetica». Parliamo del fare arte in senso ampio: che cosa pensa uno come te, abituato a trascendere le regole, del politicamente corretto, ossia dell’idea di censurare o censurarsi per ragioni etiche, nel rispetto della sensibilità altrui? Al New York Times sono arrivati al punto di istituire un ufficio (il sensitivity screening) incaricato di vigilare sugli articoli in uscita per assicurarsi che non offendano la sensibilità di minoranze e così via: che ne pensi? «Penso che concentrarsi ossessivamente sui diritti individuali faccia perdere di vista quelli sociali, e che ci sarebbe bisogno di un riequilibrio a vantaggio dei secondi. In arte, ma non solo, l’effetto peggiore è senz’altro l’auto-censura, che dà luogo a prodotti edificanti, o lavori a tesi, o, per rimanere nell’ambito della comunicazione, a leggere la realtà in modo appunto corretto, ossia tale da confermare le tesi di partenza». In questo Paese, ma forse non è il solo, c’è l’abitudine a dividere le persone in buoni e cattivi. «Credo che la realtà sia molto più sfumata, e che decidere in anticipo chi è vittima e chi carnefice, riduca di molto la complessità della natura umana. Poi i buoni, per essere buoni, hanno bisogno dei cattivi». Una volta hai scritto che in Italia «se c’è la possibilità di fottere e chiagnere, fottiamo e chiagnamo perché così fan tutti». Perché siamo così? «Penso sia una caratteristica della natura umana che però, per quanto riguarda il nostro Paese, trova terreno fertile. Credo che le ragioni vadano cercate nella storia. Mi viene in mente Gramsci, La questione meridionale, i Quaderni, letture che, in questo senso, offrono molti spunti». Tag:  teatro

  • Il vero “Regalo di Natale” è sempre l’amicizia
    by Antonio Avati on Ottobre 27, 2020 at 7:13 am

    Antonio Avati Esce un libro sul film capolavoro (1986) di Pupi Avati. Ecco come Abatantuono prese il posto di Lino Banfi… Soldi, donne, amici. Ci puoi provare, ma non decidi tu cosa viene prima. Se ti farà soffrire di più il tradimento della fortuna, di un amore o di un compagno di scuola. La vita è lì, dandoti quello che crede, illudendoti sovente, perché «domani è un altro giorno» l’abbiamo sentito dire al cinema da ragazzi, ed è vero: può essere domani il giorno più bello. Ma di solito non avviene così. Regalo di Natale parla di questo e per questo ha avuto il successo che ha avuto. È forse il nostro film più universale, ad oggi, quello dove la commedia dell’uomo è più rappresentata. In quella partita a poker tra amici c’è il meraviglioso inganno della vita. C’è, tra le righe, il cinema: o almeno, il perché noi abbiamo fatto il cinema, Pupi ed io. Un’avventura che è molto più che un lavoro, dove i soldi servono per tenere in vita un amore che a volte è un pretesto per stare insieme tra amici a parlarne. Un amico, un compagno di avventure memorabili è stato Luciano Martino, produttore che «soldi, donne, amici» l’avrebbe potuto scrivere come epitaffio sulla sua tomba. Se n’è andato da non molto. Mi piacerebbe venisse ricordato. Voglio farlo io, qui. Metà anni Ottanta. Un’Italia diversa, non so se migliore ma certo che immaginava un futuro migliore o lo lasciava sperare, col suo dinamismo. Anche grazie a uomini come Martino. Tuttavia, pure in quell’Italia più ottimista, gli sconfitti non mancavano. Non mancano mai ed è giusto così, perché nella sconfitta questo Pupi lo ha capito meglio di ogni altro viene fuori la verità dell’uomo. Alla fine, nel racconto, la fragilità diventa speranza. Trasformandosi in poesia, il dolore che prima o poi incontriamo tutti rivela un senso. Quando siamo andati a proporre il soggetto a Luciano forse inconsapevolmente quella partita a poker, penso adesso, ci faceva venire in mente uno come lui. Uno che tirava tardi la sera e che cominciava la sua giornata, se possibile, a mezzogiorno. Un imprenditore che come il suo amico Berlusconi aveva fatto fortuna nel lavoro, nella vita e con donne straordinarie. Tra loro, una delle due o tre più belle del pianeta (Dante, che ci è caro, faceva le sue classifiche con Beatrice, permettetelo anche a me più modestamente!). Parlo di quella Edwige Fenech che, con il suo fisico stupefacente, aveva portato al successo la commedia erotica all’italiana, grazie alla mente un po’ cinica e un po’ geniale di Luciano e al talento registico di suo fratello Sergio. Uno dei nostri pokeristi doveva essere Lino Banfi. Nei film di Martino, Banfi si era rivelato la spalla ideale della Fenech, emblema dell’italiano di provincia, cresciuto nel dopoguerra delle superstizioni e dei complessi, assalito dagli irrealizzabili sogni erotici che ci hanno raccontato Fellini e Brancati. Luciano, meridionale di origine anche lui ma del tutto romanizzato, era un tipo pragmatico. Un film doveva costare poco e rendere molto. Eravamo attratti da lui proprio perché ci trovavamo per tanti versi agli estremi opposti. Noi avevamo bisogno dei suoi soldi. Lui, come Banfi, poteva pensare con noi di entrare finalmente in un cinema con ambizioni artistiche. Come Carlo Delle Piane, passato in poco tempo grazie a Pupi da attore di b-movie, qual era diventato nel momento buio della sua carriera, a interprete ammirato. Banfi accettò con entusiasmo, poi capita nel cinema ci «tradì» all’ultimo secondo per un film minore di un grande regista come Dino Risi: Il commissario Lo Gatto. Nel panico, ci consolò la filosofia di Luciano: invece di disperarci, «Morto ‘n papa se ne fa n’artro». Bisognava pensare a qualcuno che nella categoria «attori», sotto la voce «considerazione della critica» fosse caduto ancora più in basso. Ma chi poteva essere lo sventurato? Il rischio di compromettere un copione perfetto c’era, e grosso. Il nome magico, in quelle sedute a tre trasformatesi in un consulto psicanalitico, fu pronunciato da Pupi: «Diego». Lo guardammo. «Mica dici Abatantuono?». Dopo i grandi successi del «terrunciello», Diego Abatantuono aveva attraversato alcune delle maggiori catastrofi del cinema italiano, disprezzate dai critici e ignorate dal pubblico: un connubio letale. Fabrizio Corallo, l’amico di sempre che sapeva tutto di tutti quanto a contatti mondani, provò senza convinzione a darci un numero telefonico di Roma. Era noto che Abatantuono si era letteralmente eclissato dalla capitale; dove, non lo sapeva nessuno. Rispose una voce diversa dal tono sfrontato che l’aveva resa celebre. La voce di Diego. C’era un’incrinatura in quella voce (ci diceva come lo avevamo trovato assolutamente per caso, mentre stava per portare via definitivamente le sue cose dall’appartamento di una vecchia fidanzata), c’era una profonda verità, c’era uno smarrimento totale. Un tono che rese esemplare Diego nel ruolo che Regalo di Natale gli offrì, lui che nel film impersona la maschera in fondo più tragica, di fronte a un Delle Piane eccezionalmente ispirato dal primo secondo del primo ciak. Regalo di Natale fu un grande successo. Un successo come Una gita scolastica, il film che alcuni anni prima ci aveva fatto conoscere Luciano. Senza il suo coraggio, che si unì a quello di altri dandoci una mano in un momento difficile, quel film così importante per la nostra carriera non ci sarebbe stato. In ogni caso, grazie a questa riflessione su Luciano e su Regalo di Natale, mi sento di poter dare una risposta al dubbio iniziale su quale valore metterei per primo. Nell’infanzia ai soldi non ci pensiamo e gli amori sono lontani. Cosa esiste? Ci sono gli amici, di solito, se non altro per scambiarsi le figurine della propria squadra. La felicità probabilmente è lì. Tag:  libri cinema Persone:  Pupi Avati Diego Abatantuono Lino Banfi

  • L’ultimo spettacolo, e le proteste, prima del lockdown
    by Luigi Mascheroni on Ottobre 27, 2020 at 5:00 am

    Luigi Mascheroni Cronaca della celebre commedia di Flaiano (quanto mai attuale) e di un j’accuse a scena aperta Cronaca di un epilogo annunciato, in una giornata qualunque di un qualunque teatro italiano, domenica 25 ottobre, aspettando l’attuazione del decreto che chiude tutte le sale. L’ultimo spettacolo prima del lockdown. Mettendo in scena una commedia, si preannuncia la tragedia. Milano, Teatro Menotti. Alle ore 16,40 – con qualche minuto di ritardo rispetto al programma e giusto poche ore prima del blackout definitivo del mondo dello spettacolo, fissato dalla mezzanotte – attera sulla scena Un marziano a Roma, adattamento firmato da Emilio Russo della celebre pièce di Ennio Flaiano, ai cui personaggi dà voce, in tutte le sfumature possibili, l’attrice Milvia Marigliano: un’ora di assolo, con musiche dal vivo di Raffaele Kohler, per uno dei racconti più geniali del grande giornalista-sceneggiatore e, insieme, dei più clamorosi insuccessi della storia del nostro teatro. Parabola tragicomica di Kunt il marziano, la cui notorietà improvvisa quanto effimera viene in poche settimane bruciata con freddo cinismo, Un marziano a Roma nacque come breve e affilatissimo racconto satirico, uscito sul Mondo nel 1954, per poi diventare, per la penna dello stesso Flaiano, una commedia teatrale – protagonista un Vittorio Gassman biondo platino – che debuttò al Teatro Lirico di Milano nel novembre 1960. Sessant’anni fa. Accolto dai fischi e dalle pernacchie del pubblico, proprio come il povero Marziano nel finale del racconto, lo spettacolo fu presto ritirato. Da cui la celebre battuta del suo autore: «L’insuccesso mi ha dato alla testa». Nata male, la commedia è cresciuta peggio. Non è mai diventata uno spettacolo da botteghino, il film per la televisione dell’83 di Antonio Salines non se lo ricorda nessuno, ma da allora «un marziano a Roma» è diventato un modo di dire ma soprattutto una satira perfetta sulle dinamiche cultuali di Roma e dell’Italia – di ineccepibile attualità. Il genio visionario di Flaiano anticipò profeticamente l’incapacità di una società futura, che è la nostra contemporaneità, incapace di stupirsi troppo a lungo, in cui tutti digeriscono e omologano tutto, che fa dell’eccezionale il quotidiano e viceversa. E che ingurgita ogni cosa servano in pagina i giornali, ieri, o i social network oggi, in un’enorme confusione tra verità e immaginario, qualsiasi sia l’argomento di cui si parli: un normalissimo essere alieno o un misterioso virus terrestre è lo stesso. E così nel nulla virtuale niente finisce per avere più un senso. Non resta che abbandonare il pianeta, lasciare Roma, l’Italia e la sua società di intellettuali annoiati… Eppure neanche Flaiano, così anticonformista, così paradossale, sarebbe stato capace di immaginare i teatri chiusi per emergenza sanitaria, nell’Italia del 2020, mentre un «folla ondeggiante» di intellettuali annoiati che fino a ieri invocava a gran voce un lockdown durissimo per ristoranti, scuola, sport e tutte le altre attività possibili, oggi invece, toccata nel proprio mondo piccolo di sale e salotti, ne implora la riapertura. Tra i cinematografari di via Veneto di ieri e le chat culturali di oggi, poco cambia. Stessi egoismi, stessa autoreferenzialità. CentoAutori, un solo grido: «Covid, la rivolta della Cultura». Doveva essere una rivoluzione per l’umanità, eppure l’imprevisto atterraggio sulla terra – a Roma, Villa Borghese – di un’astronave da cui sbarca un essere proveniente da Marte, alla fine non cambia niente. «Se è infelice anche un Marziano…». È stata una giornata triste e malinconica, domenica, per il mondo delle spettacolo. L’ultima, prima della chiusura. E finita la commedia – salutato il marziano Kunt che si dirige, solo, «a lunghi passi morbidi», verso Villa Borghese per riprendere la sua astronave – il regista e direttore artistico del teatro Menotti, Emilio Russo, ha preso il microfono davanti a 36 spaesati spettatori in platea per dare voce a tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo. Lavoratori «arrabbiati, offesi, delusi» per il decreto di chiusura dei teatri fino al 24 novembre, vittime di una politica incompetente e incapace di uno sguardo lucido di fronte all’emergenza. Kunt rischiava il pignoramento, per debiti, dell’aeromobile. I teatri, anche peggio. E se fallissero? Nemmeno un marziano, del resto, sarebbe capace di trovare il modo per tutelarsi dal pericolo incombente del contagio e, allo stesso tempo, da quello del ridimensionamento imponente della cultura. Intanto, sipario. Tag:  teatro decreto Coronavirus Persone:  Ennio Flaiano Luoghi:  Milano

  • Addio a Nicolini il “Partigiano Diavolo” che fu tradito dagli altri partigiani
    by Matteo Sacchi on Ottobre 26, 2020 at 4:00 pm

    Matteo Sacchi Storia complessa quella di Germano Nicolini, conosciuto col nome di battaglia partigiano di “Dievel” e morto sabato a quasi 101 anni Storia complessa quella di Germano Nicolini, conosciuto col nome di battaglia partigiano di «Dievel» e morto sabato a quasi 101 anni. Quasi una sintesi perfetta delle luci e delle ombre che hanno caratterizzato la lotta partigiana e soprattutto di quella zona di violenza grigia che si è sviluppata quando quella lotta era ormai ufficialmente finita, ma qualcuno voleva ancora di regolare i conti nel sangue. Andiamo con ordine e raccontiamo l’incredibile vicenda del comandante Diavolo. Nicolini durante la Seconda guerra mondiale era un ufficiale del 3° Reggimento Carri. Come molti l’armistizio lo colse impreparato e fu fatto prigioniero, vicino a Tivoli, l’8 settembre del 1943, dai tedeschi. Riuscì a scappare, tornare in Emilia e unirsi alla Resistenza diventando il comandante del terzo battaglione della Settantasettesima Brigata Sap «Fratelli Manfredi». Coraggioso, determinato, partecipò ad almeno 13 scontri a fuoco, venne anche ferito. Riuscì quasi miracolosamente a sfuggire a un agguato tedesco, zigzagando sotto una gragnuola di colpi. Fu quell’episodio che gli valse l’appellativo di «diavolo» affibbiatogli da due vedette partigiane. Combattente nelle file dei comunisti, ma cattolico convinto, non era gradito a quelli che avrebbero voluto vendette brutali. Sostenitore dell’equità verso i vinti, difese più volte ex repubblichini dalla giustizia sommaria. Tanto che come responsabile partigiano del carcere di Correggio respinse, il 27 aprile 1945, un assalto da parte di partigiani che volevano prelevare 7 fascisti. Qualcuno lo minacciò giurandogli: «Un giorno ci sarà una pallottola anche per te!». Ed è qui che si inserisce il capitolo più buio della storia di Nicolini, nel frattempo diventato sindaco di Correggio: il 18 giugno 1946 viene ucciso in città don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo, è una delle tante esecuzioni sommarie a firma rossa. Vengono accusati Nicolini, come mandante, e altri due partigiani. L’ex comandante viene arrestato, il 13 marzo 1947, e poi condannato a 22 anni di carcere. Le testimonianze non tornano, alcune sono state estorte, altre sono imprecise, quelle a favore dell’imputato trascurate. Chi sa nel mondo partigiano tace, tanto Nicolini l’abbiamo detto prima era scomodo, il mondo cattolico, invece, vuole un colpevole. Due dei veri responsabili, Cesarino Catellani e Ero Righi, nel frattempo, erano fuggiti in Jugoslavia. Solo quando nel 1991 il terzo colpevole del delitto, William Gaiti, confessò il procedimento venne riaperto e Nicolini, l’8 giugno 1994, venne finalmente riabilitato. Francesco Cossiga gli telefonò di persona per scusarsi a nome dello Stato italiano. Nicolini, che di anni ne aveva scontati 10, grazie a un indulto, aveva vissuto comunque per tutto quel tempo lottando contro il fango che gli era stato gettato addosso, ma senza recriminare e aprendo sempre la sua casa ai giovani. Perché a lui esser il «Diavolo» non piaceva: «Per me Gesù Cristo è il primo socialista della Storia». Tanti ieri i saluti rivolti a Nicolini, da quello delle Sardine via Facebook -«Ciao Comandante Diavolo» a quello di Graziano Delrio (capogruppo Pd) e Di Giuliano Pisapia che lo ha assistito durante il suo processo. Tag:  storia partigiani

  • Lee Miller, la donna nella vasca di Hitler che raccontò la guerra al mondo
    by Davide Bartoccini on Ottobre 26, 2020 at 6:41 am

    Davide Bartoccini Le due vite della bella newyorkese che fu reporter di guerra e amante di Picasso. La vita da romanzo di una delle donne più affascinanti del ventesimo secolo Ai piedi di una vasca elegante, un paio di stivali da paracadutista piantonano un bagno apparentemente anonimo. Saltano all’occhio, nello scatto che immortala una donna intenta a insaponarsi la schiena. Ha lo sguardo vagamente perso. Rivolto all’altrove. È bella, come la statua di marmo che la osserva; e fa passare in secondo piano il ritratto di un Adolf Hitler nei giorni migliori. Quel bagno è il suo: è il bagno del suo appartamento segreto di Monaco – dove tutto è iniziato -, ma lui non lo vede da mesi. E non lo vedrà mai più. Si appena piantato una pallottola in testa del bunker sotto il Reichstag, mentre l’Armata rossa entra a Berlino. È il 30 aprile del 1945. Nell’obiettivo di una di quelle vecchie macchinette fotografiche a pellicola che si portavano appresso in guerra uomini come Robert Capa, c’era Elizabeth “Lee” Miller: la donna che visse due volte. Giovane, bionda, magnetica, misteriosa e caparbia, Elizabeth era nata a Poughkeepsie, sulle rive di quel lungo fiume Hudson, che nasce ad Albany e sfocia a New York. Figlia di una famiglia borghese, trova in suo padre inventore un affettuoso mentore, che, da grande appassionato di fotografia, la introduce quasi per gioco ai trucchi e ai segreti della camera oscura; rendendola, fin da bambina, una fotomodella nata per i suoi scatti amatoriali. Sembra la parentesi perfetta per un lungo idillio. Ma non lo sarà. La bellezza acerba di quella bambina troppo sveglia, finisce per attirare l’abominevole gesto di uno “zio” acquisito: e a soli 7 anni viene stuprata. Lasciandole nel profondo un trauma che non riuscirà mai a superare completamente – nemmeno con lo sforzo degli psicologi che nell’età dello sviluppo vedranno sbocciare una vera dea inquieta. Fuggirà a New York, distante dai confini ben segnati della provincia e della piccola borghesia che la popola. Distante dai genitori con i quali il rapporto sembra essersi incrinato per la mancanza di senso di protezione. Nella Grande Mela degli anni ruggenti Lee Miller viene subito notata da un signore; un giorno, per caso, mentre passeggia su e giù per le strade di Manhattan. Un certo Condé Nast. Niente di meno dell’editore di due riviste alla ribalta: Vanity Fair e Vogue. E pare che oltre a salvarla da una vita banale, le abbia anche salvato la vita sul serio, nel senso letterale della parola: una macchina stava per investirla e lui la trattenne per un braccio – prima di renderla la flapper girl per eccellenza, da piazzare sulle copertine delle riviste di moda più famose del mondo. Nel 1929, quando gli anni ruggenti sono terminati e le giornate a New York sono scandite dai suicidi degli agenti di borsa e dei magnati che hanno perso tutto, Lee Miller è già partita alla conquista di Parigi; dove conosce, si innamora e fa soprattutto innamorare perdutamente di lei il famoso fotografo Man Ray. Insieme – e forse più per merito di lei che di lui – elaboreranno una nuova tecnica nello sviluppo della fotografie: la solarizzazione. Nella ville lumière all’epoca del suo massimo splendore, la giovane musa e ormai talentuosa fotografa Lee Miller si divide tra le feste; dove viene notata e richiesta come modella dai surrealisti più in voga, da Éluard, Cocteau, Magritte; e da Pablo Picasso, della quale sarà anche amante; e le commissioni di stiliste affermate come Cocò Chanel. Alle feste della Parigi bobo’ conosce tanta persone importante, e anche un affascinante e ricco uomo d’affari egiziano, un certo Aziz Eloui Bey, con cui scapperà al Cairo e per il quale lascerà Ray – il secondo uomo che segnerà per sempre la sua vita: tradendola e rubandole il merito di alcuni scatti che appartenevano a lei, ma furono attribuiti a lui. L’idillio con Aziz nell’Egitto nascosto, che ricorda le pagine del Paziente Inglese di Ondaatje e la vede scattare centinaia di fotografie enigmatiche quanto spettacolari – come “Portrait of Space” -, dura fino allo scoppio della guerra, o forse fino a quando non farà l’intima conoscenza, nel 1937, di un vero gentleman britannico: il pittore Roland Penrose. Per lui lascerà Il Cario dopo avere mantenuto in grande segreto una lunga relazione. E proprio mentre il führer della Germani ordina l’invasione della Polonia, decide di seguire il suo nuovo amore a Londra, invece di far ritorno negli Stati Uniti. È il 1939, la Gran Bretagna sta combattendo quella che verrà chiamata la “guerra fasulla”, ma passerà meno di un anno prima che la giovane Elizabeth si trovi a fotografare i palazzi tramutati in rovine dai bombardieri tedeschi che ogni notte affollato il cielo di Londra. Tra quegli scatti, uno in particolare colpisce ancora profondamente chiunque scriva per mestiere: “Remington silent”. È tra i boati delle bombe come quella che centrerà in pieno la redazione dove lavora che decide di “andarla a vedere questa guerra”, chiedendo a Vogue d’essere accreditata come fotoreporter. “Il mondo continua a fare quello che fa, che io lo fotografi o meno”, sosteneva. “E la mia arte… è una questione di scegliere quando rilasciare l’otturatore. Non è allestire una scena e fare una foto. È trovarsi in un posto in un preciso momento e decidere che è un momento al quale forse nessun altro sta dando importanza”. Quell’arte nel 1944 sarà espressa in prima linea, quando dopo lo sbarco in Normandia attraversa la Francia che passo dopo passo viene liberata dall’occupazione nazista. Da Cherbourg a St.Malò, fino a Parigi. Con la sua macchinetta Rolleiflex a tracolla, sempre, e l’amico (e ancora una volta suo amante) David Scherman, fotoreporter per Life. C’era lui dietro l’obiettivo quando Lee posa nuda nella vasca di Hitler, al numero 16 Prinzregentenplatz di Monaco. Si tratterranno in quell’appartamento inquietante per diversi giorni, e dormiranno anche in quelle lenzuola cifrate “A.H.”; un’esperienza “macabra” racconterà lei, perché proprio in quei giorni la BBC riporta una notizia epocale: il führer è morto. Ma il vero trauma, la stigmate che un’artista può ritrarre ma che non potrà mai spiegare né con immagini né con le parole, arriva quando la giovane fotoreporter entra nei campi di concentramento di Dachau e di Bergen-Belsen. I frutti della banalità del male la segneranno per sempre. Irreversibilmente. Dopo la guerra, dopo il matrimonio con Penrose, dopo aver avuto un figlio che scoprirà soltanto dopo la sua dipartita le mille sfaccettature di quella madre così inquieta, ci sarà la depressione. L’inconveniente clinico degli animi troppo sensibili e delle menti troppo ambiziose. Riuscirà a scrivere, a raccontare a malapena ciò che ha visto sul fronte, mentre si abbandona all’alcol e si improvvisa “cuoca dadaista” nella fattoria di campagna che ha acquistato con Penrose. Il cibo ammazza il tempo. Disfà il corpo, sia nella sua assenza che nella sua opulenza. Del resto nulla si fa per caso: aveva iniziato a scattare fotografie per uscire da un limbo della sua vita; iniziò a scrivere ricette di cucina per tentare di uscire dall’inferno della guerra che non non voleva lasciarla andare. Alla lunga depressione post-bellica e al cliché dall’alcolismo, finisce per aggiungersi un cancro. Che alla fine la uccide, come è sgarbata abitudine di questo terribile male, un giorno d’estate del 1977; mentre era lì nel Sussex; dove ha cercato di vivere fino all’ultimo, con i suoi amici e suoi fantasmi: quello stupro; quello della sua bellezza svanita – che tutti gli uomini avevano voluto possedere a tutti i costi. Quello della guerra, che aveva attraversato l’Europa, gli oceani, e il suo corpo di dea. Quello del dramma di essere stata donna del futuro in un passato che per quanto raggiante, la vide sempre essere vittima e carnefice di un romanzo straziante: la sua vita. Tag:  seconda guerra mondiale Hitler fotoreporter Speciale:  Storia d’assalto focus

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