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  • L’equivoco di un governo incapace di valorizzare il ceto medio
    by Luigi Sanlorenzo on Gennaio 13, 2021 at 5:00 am

    La borghesia italiana sta scomparendo, ma può ancora essere una risorsa preziosa della società contemporanea: per questo occorre sottrarla al populismo, alle derive autoritarie, all’astensionismo. E se il Partito democratico non vuol farlo, il compito ricadrà sulle uniche due figure della politica italiana all’altezza: Matteo Renzi e Carlo Calenda L’articolo L’equivoco di un governo incapace di valorizzare il ceto medio proviene da Linkiesta.it.

  • Il vero scandalo di “Un cazzo ebreo” è non leggerlo
    by Dario Ronzoni on Gennaio 13, 2021 at 5:00 am

    Il romanzo di Katharina Volckmer, pubblicato da La Nave di Teseo, è già un caso per i temi, le volgarità e i toni. Ma parla di identità, memoria e riparazione con intelligenza e, a conti fatti, grande delicatezza L’articolo Il vero scandalo di “Un cazzo ebreo” è non leggerlo proviene da Linkiesta.it.

  • Il 15 gennaio alcuni ristoratori apriranno a prescindere dal DPCM
    by Anna Prandoni on Gennaio 13, 2021 at 5:00 am

    Un gruppo auto organizzato di ristoratori lancia la protesta: nel rispetto di tutte le norme igienico sanitarie disposte per l’emergenza riapriranno senza nessuna restrizione rispetto a giorni e orari di chiusura. Associazioni di categoria e colleghi più razionali non ci stanno L’articolo Il 15 gennaio alcuni ristoratori apriranno a prescindere dal DPCM proviene da Linkiesta.it.

  • I consigli etici del New York Times sui vaccini e la pratica amorale del prete siciliano (e delle mie amiche)
    by Guia Soncini on Gennaio 13, 2021 at 5:00 am

    Cari romanzieri, dei vostri diari della quarantena non ce ne frega niente, sbrigatevi a scrivere del mercato nero delle dosi per immunizzare: c’è da diventare il nuovo John Grisham L’articolo I consigli etici del New York Times sui vaccini e la pratica amorale del prete siciliano (e delle mie amiche) proviene da Linkiesta.it.

  • Maurizio Martina passa alla Fao
    by Maurizio Martina on Gennaio 13, 2021 at 5:00 am

    L’ex parlamentare PD annuncia il nuovo ruolo con un lungo post su Facebook, ringraziando il Direttore Generale QU Dongyu per la fiducia accordatagli e raccontando i suoi propositi per l’ncarico internazionale L’articolo Maurizio Martina passa alla Fao proviene da Linkiesta.it.

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  • Il Colosseo riapre il 16 gennaio
    by Tgcom24 on Gennaio 13, 2021 at 7:53 pm
  • “Addio Milano bella”: in libreria l’ultima indagine dell’ingegner Cavenaghi
    by Tgcom24 on Gennaio 13, 2021 at 7:00 am

    Nei due romanzi gialli, “La provvidenza rossa” e “La confusione morale”, il giornalista Lodovico Festa, dirigente del Pci nel Milanese, ha introdotto la figura del presidente dei pro­biviri-investigatore, ingegner Mario Cavenaghi. Nel primo, ambientato nella Milano fine anni Set­tanta, Cavenaghi indaga all’interno di un’organiz­zazione politica ancora solida. Nel secondo, siamo al 1984, il Pci rivela i segni di un declino ormai lar­gamente avviato. In questo terzo romanzo, Addio Milano Bella, il partito, diventato ormai Pds, è in una situazione di sbandamento di cui l’autore, vi­cino testimone di quei tempi, riproduce la portata.   Nell’ultimo della saga, “Addio Milano bella”, appunto, l’ingegner Cavenaghi è catapultato negli Anni Novanta, quando il partito, diventato ormai Pds, è in una situazione di sbandamento di cui l’autore, vi­cino testimone di quei tempi, riproduce la portata.   Un’anteprima per i lettori di Tgcom24: Addio Milano Bella di Lodovico Festa Ed. Guerini e Associati 288 pagine 18 euro

  • Tra la coppia e la pornografia c’è “About Sex”, una parola sfuggita dal sesso di Cavalli e Zaltron
    by Tgcom24 on Gennaio 12, 2021 at 12:19 pm

     Saltando allora come funamboli da un luogo comune all’altro, adoperando ogni bussola a disposizione e perdendole tutte, strada facendo, Marco Cavalli e Alessandro Zaltron disegnano una tragicomica mappa dell’Eros che ha una delle sue attrattive nei tanti e diversi colori di cui è tappezzata.   “About Sex” è uno scanzonato, serissimo zig-zag tra i miti e i riti, le frasi fatte e i conti in sospeso di un’esperienza considerata ancora oggi, a torto o a ragione, imprescindibile: un “distillato di gradi diversi di disperazione” che provoca stordimento (sovente) e rinsavimento (talvolta).   Un’anteprima per i lettori di Tgcom24:   About Sex di Marco Cavalli e Alessandro Zaltron Mondadori 216 pagine Prezzo: € 18

  • “Changes”, i primi 12 anni della carriera di David Bowie canzone per canzone
    by Tgcom24 on Gennaio 10, 2021 at 6:58 am

        Di libri su Bowie, scritti prima e dopo la sua morte, ce ne sono diversi, a partire dall’imprescindibile biografia scritta da Nicholas Pegg nel 2002 e poi aggiornata nel corso degli anni, sorta di enciclopedia dell’universo bowiano. Ma con “Changes” si fa un passo ulteriore in avanti. Se in quel caso la storia veniva affrontata partendo da album e tour, qui Madeddu scende ancora più in profondità con lo scandaglio muovendosi all’interno degli atomi stessi dell’opera di Bowie, le sue canzoni. Un lavoro certosino, che non prende in considerazione solo i brani pubblicati all’interno degli album, ma anche tutti i singoli con relative b-side e gli inediti. Ogni pezzo diventa, con i suoi dettagli sulla composizione e la registrazione, l’analisi del testo, le curiosità e gli eventuali aneddoti ad esso legati, una tessera del puzzle che va a comporre la figura di Bowie e la sua storia.      Il libro è frutto di un importante lavoro di ricerca su archivi, interviste e documenti dell’epoca, per cercare di offrire la più completa copertura sulla discografia dell’artista inglese, sviscerando genesi e costruzione di ogni singolo brano, anche quello all’apparenza più insignificante ma che, invece, nel contesto, assume una rilevanza meritevole di attenzione. Ogni capitolo prende il titolo dell’album a cui fa riferimento e si apre con  un inquadramento generale del contesto e del momento vissuto da Bowie in quel periodo, per poi scendere nel dettaglio delle singole composizioni. Il tutto sempre raccontato con una prosa brillante che rende la lettura oltremodo piacevole.   Il primo volume prende il via dagli anni ancora acerbi degli esordi per fermarsi al 1976 di “Station to Station”, il lavoro che imprime una vera svolta nel percorso bowiano, svolta che troverà il suo compimento nella cosiddetta trilogia berlinese che sarebbe arrivata subito dopo. Madeddu ha il merito di entrare a fondo nella materia senza l’atteggiamento del fan ma con un approccio critico di chi comunque considera Bowie importante come i Beatles per il ruolo che ha rivestito nella storia del pop-rock. Canzone dopo canzone si comprende così meglio il peso che l’artista inglese ha avuto sulla cultura pop tra gli anni 60 e oggi, abbracciando non solo la musica ma un ventaglio di arti, dal cinema alla pittura, dalla letteratura alla moda e alla filosofia.       Paolo Madeddu “David Bowie Changes – Le storie dietro le canzoni” (Volume 1 1965-1976) Giunti editore 400 ppgg. 25 euro (14,99 versione ebook)  

  • Torna in libreria un classico di Stephen King
    by Tgcom24 on Gennaio 8, 2021 at 1:32 pm
  • Ferroni e gli oggetti “alibi” per indagare spazio e luce
    by Vittorio Sgarbi on Gennaio 17, 2021 at 7:52 am

    Vittorio Sgarbi Letti, angoli di stanze, sedie: la dimensione metafisica delle cose sostituisce quella fisica Dopo Morandi incisore, nessuno ha cercato l’essenza segreta delle cose come Gianfranco Ferroni. Ed essa non era in un luogo del cuore come Grizzana o nello studio di via Fondazza, ma negli spazi desolati della esperienza quotidiana, di giorni lunghi di meditazione. Ferroni era partito da una pittura emozionante ed emozionata tra esistenzialismo e critica sociale, ispirata a una visione marxista incrinata dopo i fatti di Ungheria del 1956. Di qui una fuga verso quel realismo esistenziale condiviso da Giuseppe Guerreschi, Bepi Romagnoni, Mino Ceretti, Giuseppe Banchieri, Giuseppe Martinelli, Floriano Bodini e Tino Vaglieri che operano intorno a metà degli anni Cinquanta, con espliciti richiami alla filosofia di Jean-Paul Sartre. Si tratta della prima importante svolta nella ricerca di Ferroni, con opere presentate alla Biennale di Venezia. Nei primi anni Sessanta registriamo un’ulteriore svolta nella ricerca di Ferroni, che abbandona le vedute urbane e i ritratti caratterizzati dal forte gesto espressivo per concentrarsi sulla descrizione degli interni del suo studio, con tavoli da lavoro ingombri di oggetti insignificanti e immersi nel buio. Dal 1968 al 1972, Ferroni abita a Viareggio, in una sorta di isolamento che preannuncia un altro mutamento della sua poetica e un nuovo stadio della sua pittura, sempre più concentrata all’interno dello studio, dove gli oggetti presi a modello divengono «alibi», come spiegherà più tardi in una lettera scritta a Maurizio Fagiolo dell’Arco: «alibi per indagare e valorizzare lo spazio e la luce, veri e soli protagonisti del mio interesse attuale (nell’attesa e nella speranza che questo porti significanza all’alibi)». Durante il periodo viareggino Ferroni dipinge e incide poco. Si tratta di un periodo, infatti, di attesa, passato accanto a nuovi amici, come il pittore e scrittore Sandro Luporini, legato al mondo dello spettacolo per via dei testi musicali e teatrali ideati per Giorgio Gaber. Dopo il 1975 Ferroni presenta i suoi lavori in Italia e all’estero raccogliendo un grande interesse da parte della critica e del pubblico. La personale alla Galleria Documenta di Torino, nel febbraio 1974, è importante per la rappresentazione di stanze silenziose, che d’ora in poi saranno il motivo dominante della sua ricerca. Escono, in questo stesso arco di tempo, la pubblicazione della prima monografia dedicata a Ferroni da Duilio Morosini e la presentazione di Giovanni Testori per la mostra alla Galerie Du Dragon a Parigi, nel 1977, dove Ferroni aveva già esposto nel 1970 e nel 1971. In anni in cui l’esperienza del Realismo esistenziale milanese stava segnando il panorama della ricerca contemporanea, Ferroni agisce da capofila del movimento. Gli anni Ottanta si aprono con una grande antologica a Napoli che ripercorre tutta l’attività di Ferroni a partire dal 1958. Questo decennio è caratterizzato anche dall’adesione di Ferroni a un movimento di nuovi artisti. Si tratta della Metacosa, denominazione con cui si identifica un gruppo di pittori (con lui Bartolini, Biagi, Luino, Luporini e Tonelli), riuniti nel suo studio milanese già dal 1979 e sostenuti dal sensibilissimo Roberto Tassi; esponendo per la prima volta a Brescia nel 1979. E oggi la Galleria Ceribelli di Bergamo commemora i quarant’anni dalla fondazione di quel gruppo, con una esposizione che chiuderà a fine maggio. Assai raramente un artista figurativo ha saputo essere così problematico, così filosofico, così limpido e insieme enigmatico. E la nostra curiosità per le sue immagini non si consuma, ma sembra potenziarsi nella ripetitività, nell’infinita varietà, decisamente morandiana, del tema di natura morta. Gianfranco Ferroni scrive un diario che è come la vita, alternanza di varietà e ripetizioni, folgorazioni e atti inutili. La sua visione non è fotografica né iperrealistica. È invece espressione di una grande limpidezza intellettuale, di una meditazione lenta sulla possibilità di definire atmosfere ed emozioni attraverso il disegno. L’equivoco del Realismo, in Ferroni, nasconde un’intima propensione a cogliere l’essenza del reale. Ogni quadro è un progressivo avvicinamento e un noumeno imperscrutabile. Ferroni non dipinge oggetti ma teoremi. Se osserviamo un dipinto come Sedia coperta da un lenzuolo del 1986, intuiamo l’esistenza di un protagonista misterioso, dissimulato sotto una diversa forma, con un’essenzialità quasi religiosa, che ha una affinità con il mondo interiore di Domenico Gnoli, pur senza quella concretezza, quella solidità, quell’imminenza, evidenziando, più che l’oggetto, lo spazio che lo contiene, con una minutissima esecuzione in punta di matita. Ed è proprio l’ostinato uso della matita a rivelare uno dei caratteri fondamentali della poetica di Ferroni: incisore per intima vocazione, egli, che fa della finitezza il principale obiettivo, appare più risolto nel disegno che nella pittura. Qualcosa di tagliente, di spigoloso, d’inciso, trasforma ogni foglio in una lastra, rinunciando ai facili effetti degli spessori, della materia pittorica. Ferroni ha paura: vuole fissare l’immagine che è sempre sul punto di sfuggirgli. Così raccoglie tutto su uno sgabello o un tavolo, e l’affonda in uno spazio amplissimo, rappresentando con ostinazione il vuoto. Troppo facile dipingere ciò che c’è, ciò che si vede. Occorre cogliere ciò che sta dietro le cose, come l’ombra che si stampa sul muro, segnale di chi vede e non si vede; ed essa esiste e non esiste. Rendere solide le ombre, dare loro corpo, farle entrare come testimoni, è ciò che preme a Ferroni. E, dunque, ridurre a un velo gli oggetti, scioglierli dalla corporeità, ridurli a fantasmi nel vuoto. Ed è un vuoto densissimo, che irradia luce. Questa è la componente più misteriosa dell’opera di Ferroni: il richiamo a Vermeer come una lezione irrinunciabile, un metodo calato nella dimensione esistenziale, nel pesante disadorno, inglorioso, scarnificato e ridotto a pochi insignificanti oggetti, metafore di una solitudine invincibile. Tutto ciò che è semplice e quotidiano diviene materiale per evocazioni, si volge dalla dimensione fisica a quella metafisica; e il Realismo diventa la strada privilegiata verso la visione. Nel 1982 Ferroni è di nuovo alla Biennale di Venezia con una sala personale, con la cura di Gian Alberto Dell’Acqua e Giorgio Mascherpa, esponente sofisticato di un ritorno alla pittura in polemica con le ricerche concettuali e anche con la sfrontata figurazione della Transavanguardia. Gli anni Ottanta sono il decennio più importante per l’essenziale e metodica ricerca grafica, con perfezionati studi sull’incisione e sulla litografia. Negli anni Novanta Ferroni è riconosciuto come un maestro; e ogni tormento grafico – ed esistenziale – sembra quietarsi e le immagini ne sono testimonianza; gli oggetti, costantemente protagonisti, galleggiano in un’aura di sospensione metafisica. In questo periodo si stabilisce a Bergamo, allestendo un nuovo studio, scenario privilegiato delle sue ultime ambientazioni. Nel 1999 è premiato alla Quadriennale di Roma. Gianfranco Ferroni muore a Bergamo il 12 maggio del 2001, vent’anni fa. Le sue visioni non patiscono il tempo, definiscono un eterno presente, il nostro tempo interiore, la nostra resistenza alla morte. Tag:  Gianfranco Ferroni Speciale:  Controcultura focus

  • Così “Undoing” manda in rovina un ottimo cast
    by Luca Beatrice on Gennaio 17, 2021 at 7:51 am

    Luca Beatrice Neppure tre attori fuoriclasse e una regia esperta bastano a salvare un prodotto quando la scrittura è sciatta, disattenta nei particolari, e stilisticamente modesto simile a un qualsiasi telefilm di genere ambientato a New York Neppure tre attori fuoriclasse e una regia esperta bastano a salvare un prodotto quando la scrittura è sciatta, disattenta nei particolari, e stilisticamente modesto simile a un qualsiasi telefilm di genere ambientato a New York. Tutto questo, appunto, è Undoing, cinque puntate su Sky dirette da Susanne Bier, una miniserie così così nonostante loro: Nicole Kidman, bellezza preraffaellita che si aggira di notte da sola a Central Park (davvero sconsigliabile), né rinuncia a indossare cappottini irresistibili in qualsiasi occasione, persino per le visite in carcere, una recitazione tutta sospiri e maniera che la rendono poco credibile persino quando piange, bellezza algida che sparisce di fronte alla sensualità prorompente di Matilda De Angelis, la giovane e promettente attrice italiana qui nel ruolo della vittima. All’opposto di Kidman sta Hugh Grant, gigione, eccessivo, simpatico e comico, in difficoltà se deve scalare nel registro drammatico dove proprio non riusciamo a prenderlo sul serio, colpa delle tante commedie che ne hanno rivelato il talento leggero. E poi c’è il gigantesco Donald Sutherland, una faccia che sta bene con tutto, perfetto nel ruolo del vecchio padre di Grace, la terapista interpretata da Nicole di cui Jonathan, ovvero Hugh, è il marito oncologo, implicato in un caso di omicidio. Attenzione: tutti e tre loro hanno gli occhi celesti, e invece il bimbo della coppia è moro con gli occhi neri, geneticamente improbabile, oltre a non esserci alcuna somiglianza, neppure un’aria di famiglia: che svista. La storia, fino a un certo punto avvincente anche se il finale si può prevedere senza troppa difficoltà, riguarda l’upper class newyorkese con tutti i suoi tic insopportabili, i dialoghi alla Woody Allen dove ci dovrebbe essere sempre qualcosa di intelligente da dire, la ricerca del bello a ogni costo – dopo l’omicidio si va negli Hamptons, agli appuntamenti tra padre e figlia alla Frick Collection davanti a un dipinto di William Turner, a suonare Bach al pianoforte con la polizia in casa – la netta separazione sociale tra ricchi e poveri, la messinscena dei topoi necessari a definirne l’appartenenza (scuola esclusiva, raccolta fondi, finte bionde, avvocato di successo, donna e cattiva). D’accordo che il cinema per funzionare deve sempre esagerare, ma sono davvero poco credibili giornalisti e televisioni affollati davanti casa del sospettato per un semplice caso di cronaca nera, manco fosse O.J. Simpson. Nonostante le troppe scivolate Undoing si fa seguire proprio come un classico telefilm tra il giallo e il noir, dove ottime sono le sequenze processuali e piuttosto modeste quelle che vorrebbero introdurre la suspense. Il resto si avvolge intorno agli standard classici del genere, i consueti movimenti di macchina, le riprese dall’alto, campi e controcampi a disegnare la psicologia dei personaggi. L’aspettativa per Undoing, nonostante i big schierati in campo, non soddisfa le attese. Si poteva fare meglio, molto meglio. Tag:  Undoing Sky Susanne Bier Speciale:  Controcultura focus

  • “Riporto Dante sulla terra. Ma ora è una tragedia”
    by Luigi Mascheroni on Gennaio 17, 2021 at 7:45 am

    Luigi Mascheroni Uno dei massimi poeti italiani immagina l’Alighieri in un nuovo viaggio. Nell’Italia di oggi… Per dare nuova vita a un mito, serve un mitomodernista. E per far scendere il Poeta dal piedistallo, ci vuole un grande poeta. E così Giuseppe Conte, fondatore del Mitomodernismo, uno dei più grandi poeti italiani di oggi, scuotendo via la polvere e la cappa di piombo che ha ricoperto la figura di Dante Alighieri (1265-1321), nei settecento anni dalla morte, re-inventa a modo suo, con un’operazione spericolata, coraggiosa e necessaria, il viaggio del Sommo. E lo fa – in un romanzo visionario e coltissimo: Dante in love (Giunti, pagg. 204, euro 17; in libreria dal 20 gennaio) – applicando a Dante la più sottile pena del contrappasso si possa immaginare. Come allora gli fu concesso di viaggiare col suo corpo di carne fra le ombre dell’aldilà, così oggi gli è permesso di tornare come ombra fra gli uomini di carne. Per riconsegnarci il vero Dante, bisognava ribaltare tutto. «Dante viene visto come un esponente della cultura medievale, un filosofo, un poeta… Invece prima di tutto va visto come una fonte di energia spirituale. Lui è un creatore di immagini straordinario, il suo poema ha una potenza narrativa modernissima, e la Commedia è un’epopea figlia di Omero e Virgilio, ma ribaltata, in cui il personaggio principale è egli stesso, Dante Alighieri, poeta fiorentino. Un’intuizione che fa fare un passo decisivo alla letteratura universale». E rieccolo, qui e ora, il personaggio Dante. Che Giuseppe Conte – scrittore di valore inversamente proporzionale al politico suo omonimo – immagina tornare sulla terra, una notte all’anno, per 699 anni, finché, alla settecentesima, lo incontriamo noi lettori. E lo vediamo vagare, spaesato e sconcertato, oggi, nella sua Firenze, fra il Battistero e il Duomo, in una città impaurita e deserta come al tempo della Peste nera, dove aleggia una «minaccia oscura» e l’aria è irrespirabile («Non potevo evitare il parallelo, ho scritto il romanzo durante la prima ondata della pandemia, chiuso nel mio studio, solo davanti al computer, da dove ormai passa tutto: amicizie, lavoro, informazioni… io stesso ombra fra le ombre del mio libro»). E da qui, fra nuove maschere di morte, vecchi fantasmi, scoperte sconvolgenti e antichi sogni, inizia un nuovo viaggio, in cui Dante incontrerà – tra tante donne dello schermo, ormai solo televisive – una nuova Beatrice, una studentessa americana: Grace, «Grazia»… La prima cosa di cui si accorge Dante è la scomparsa del bagliore delle stelle, e il dilagare di quello dei cellulari. «Il mio Dante ha visto passare il tempo, anno per anno. Ma soltanto per un giorno: vede giusto dei segnali, non lo scorrere completo della Storia. E giunto al settecentesimo anno, trova il mondo stravolto. Attenti: Dante non è un nostalgico. Osserva ma non si pronuncia attraverso categorie ideologiche. È perplesso, quello sì. Ma chi non lo sarebbe di fronte a turisti distratti e chiassosi che, davanti al suo bel San Giovanni, in short e la bocca sporca di pizza al trancio, si fanno un selfie?». Il Poeta lamenta una perdita del senso di ordine da parte dell’Occidente: nei comportamenti, i gusti, le città, i valori. «Dante, 700 anni dopo, vede un Occidente, soprattutto, che non ha più il senso di che cosa è stato. Il Poeta ricorda il suo tempo, la lotta e la passione civile, lo spirito metafisico dell’Europa, figlia della filosofia greca e del cristianesimo… Uno spirito oggi perduto. Manca la dimensione metafisica e la forza di una posizione netta di fronte al mondo e alla crisi che lo sta attraversando». Cosa significa che l’Occidente non ha più una tensione metafisica? «Significa non avere più una visione, un progetto per il futuro, la volontà di raggiungere grandi obiettivi. Dante voleva l’Impero. Oggi facciamo fatica a pensare a un’Europa unita dall’economia. Abbiamo perso sogni e speranze di grandezza. Gli europei non riescono neppure a vedere la gloria del proprio passato, o la rinnegano, ne hanno paura. E gli uomini di Lettere e di Scienza, i pensatori, gli scrittori, non fanno nulla per difendere quella Storia, quella memoria, anzi sono spesso in prima fila per rinnegarla, condannarla, cancellarla. Dante stesso può cadere sotto la scure di questa folle ossessione che distrugge i pilastri della nostra civiltà. Qualcuno comincerà a dire che non va più letto, che non è corretto… Risultato? Saremo più poveri e schiavi degli altri». Dante si accorge che cambia tutto, tranne il Potere. E anche la «serva» Italia è rimasta così: era un «bordello» allora, lo è sette secoli dopo: fra ingiustizie, corruzione, inettitudine. «Dante, nell’Italia di oggi, si chiede se la politica non sia simile alla Firenze dei suoi tempi, quando il primo villano che arrivava in città si creava una sua cerchia e si metteva a comandare; quando una legge veniva fatta a ottobre e a novembre non valeva più… Avesse visto i Dpcm… Avesse visto un comico diventare leader politico… Dante constata la mancanza di forza progettuale dei partiti di oggi: chi ha mai visto un politico contemporaneo manifestare una grande idea, un’utopia, una speranza? Oltre la Tav e il ponte sullo Stretto non vanno. Gli uomini del suo tempo si sacrificavano per vedere sorgere le cattedrali, noi ci sfianchiamo per il Mes». Dante fu rovinato dalla politica. Il poeta – l’intellettuale – deve fare politica? Come? «Dante, facendo politica a Firenze, fu frainteso, accusato ingiustamente, bandito dalla sua città, espropriato dei suoi beni. Era un politico anche fazioso. Mandò in esilio Cavalcanti, il suo amico più caro. E la pagò cara, finendo egli stesso in esilio. E così è diventato il simbolo dell’artista che non cede a compromessi davanti alle proprie idee. E oggi? Io vedo molta gente che per andare a letto con il Potere accetta qualsiasi cosa, vedo un conformismo spaventoso… vedo intellettuali contraddirsi senza vergogna. Invece l’artista, il Poeta, deve diffidare del Potere, proprio perché il Potere diffida di lui… Deve tenere vivi i propri sogni a qualsiasi costo, non svendersi, deve restare libero da ogni dogma… Ma pochi della mia generazione sono stati capaci di tenersi lontano da quello marxista: hanno preferito cattedre, posti, incarichi…». L’intellettuale organico, quello impegnato, il consigliori del Principe… «Sia chiaro: io non sono per rinchiudersi nella Torre d’avorio. No, assolutamente. Bisogna giudicare, spronare, indicare. L’intellettuale deve sporcarsi le mani… Ma svettando, non strisciando. Facile prendersela con Trump e Salvini… Più difficile affrontare i problemi agitati da Trump e Salvini. Oggi non vedo passioni, vedo fazioni». E la politica di oggi? «È fatta da Renzi e Conte, il mio omonimo. Il primo è figlio di Ares, attaccabrighe, bizzoso, pieno di voglia di contendere. Il secondo ha un equivalente mitologico femmineo nella sirena, immobile, che incanta e fa naufragare i marinai, cioè la Sinistra, dietro di sé… Ma sono figure minori, lottano come Titani per un potere minimo.. Io vorrei che la politica tornasse a essere servizio al Paese, alla nazione, al proprio popolo». Invece è al servizio di se stessa. «La civiltà di Atene nasce quando Atena trionfa. E Atena è la dea del Sapere. La Democrazia senza Sapere non vale niente. Invece oggi la Politica disprezza il Sapere. Siamo arrivati all’Uno vale uno. E infatti siamo al grado zero della democrazia. Da poeta, vorrei prendere a sberle Beppe Grillo». Dante, padre del «volgare», cioè l’italiano, si accorge amaramente che abbiamo perso la nostra lingua, «buona come nessuna altra al mondo per contenere tutto»: le invettive più violente e le preghiere più dolci. Cosa è successo? «È successo che al prosciugamento dei sentimenti è seguito un impoverimento della lingua. Tutti ripetiamo fino all’ossessione la parola emozione, continuiamo a emozionarci per tutto… Ma abbiamo perso le parole che raccontano i movimenti della nostra anima. Non siamo più in grado di seguirla, e ci fermiamo ai Wow!. Che tristezza. Bisogna ricordarlo sempre: è il linguaggio che rende umano l’uomo. Una lingua povera testimonia un uomo povero. In fondo, è la lingua media dei romanzi di oggi: verbi all’indicativo presente, un po’ di gergalità, un punto esclamativo. Abbiamo perduto su tutta la linea». Ma Omnia vincit amor. Dante torna per un desiderio carnale. Per amare di nuovo. Dante in love, appunto. «Dante non può dimenticare i suoi sogni d’amore. E del resto tutta la sua opera e la sua vita sono mosse da Amore, fin dal sonetto Guido, i’ vorrei dove, parlando di amici, di giovinezza, di donne, si vive un sogno magico, non ancora verticale verso Dio, ma orizzontale, umano, carnale. Poi arriverà Beatrice a verticalizzare l’Amore ed elevarlo verso la contemplazione del divino… Ed ecco la Commedia, dove a trionfare è L’amor che move il sole e l’altre stelle». Cosa vuol dire, come si ripete sempre, che ci salverà la Bellezza? «Niente, se la bellezza non è caricata di un forte senso sacrale. Oggi bellezza è una parola inflazionata. Esistono tanti gradi di bellezza: sensuale, fisica, metafisica. Ma quello che serve è la Bellezza come energia spirituale, che rinnovi la società». Tag:  giuseppe conte Mitomodernismo Dante in love Speciale:  Controcultura focus

  • Torna Potter. Ma col vestito nuovo nuovo
    by Matteo Sacchi on Gennaio 17, 2021 at 7:44 am

    Matteo Sacchi Quest’anno la calma piatta che segue le vendite di Natale è particolarmente spiccata e porta la classifica a modificarsi molto con il ritorno in Top ten di titoli che erano spariti da un po’. Quest’anno la calma piatta che segue le vendite di Natale è particolarmente spiccata e porta la classifica a modificarsi molto con il ritorno in Top ten di titoli che erano spariti da un po’. Niente spostamenti però in vetta, dove resta stabile la trionfatrice del 2020, ovvero Valérie Perrin con Cambiare l’acqua ai fiori (e/o). Alla Perrin per mantenere il comando questa settimana bastano 7mila e settecentonovantotto copie che nel periodo natalizio non sarebbero state sufficienti nemmeno per entrare in Top ten. Nessun mutamento nemmeno tra gli inseguitori più ravvicinati. In seconda piazza c’è sempre il medievista Alessandro Barbero con il suo Dante (Laterza) che questa settimana ferma l’asticella a 6mila e ottocentoventuno copie. Non tantissime, ma abbastanza per mantenere a distanza, stabile anche lei, Benedetta Rossi con il suo Insieme in cucina. Divertirsi in cucina con le ricette di «Fatto in casa da Benedetta» (Mondadori Electa). Questa settimana mette ai fornelli altri 6mila e cinquecentottantuno lettori. Ma in questa settimana a basso voltaggio tornano a farsi rivedere in classifica anche long seller che vendono sempre ma normalmente restano un po’ più nascosti. Chi spunta ad esempio al settimo posto? Un quasi classico ma con il vestitino nuovo: Harry Potter e la pietra filosofale. Nuova edizione (Salani). La nuova edizione rivitalizza il sempre vendutissimo maghetto di J. K. Rowling e raggiunge le 4mila e duecento copie più spiccioli. Ma attenzione Harry Potter e la pietra filosofale è solo la punta dell’iceberg. Se guardate la classifica ragazzi vedrete che su 10 titoli presenti ben 7 sono Potter rinnovati e che uno è L’Ickabog (sempre Salani e sempre a firma Rowling). Insomma la mamma del Maghetto ha otto titoli in classifica e questa settimana, sommando tutto, torna ad essere la scrittrice più venduta in Italia, superando in totale le 20mila copie. Quasi una magia. Tag:  Harry Potter e la pietra filosofale J. K. Rowling Speciale:  Controcultura focus

  • L’epica alticcia di “Vodka siberiana”
    by Davide Brullo on Gennaio 17, 2021 at 7:43 am

    Davide Brullo Come una guerriera scalza cammina, Veronica Tomassini, nel sacrilegio dell’editoria italica: Vodka siberiana se l’è stampato da sola, col candore della svergognata, e quel libro, orfano, è diventato un miracolo, chiesto, desiderato, onorato, ristampato Come se avessero tagliato la lingua di Dostoevskij, interrandola in Sicilia. Non so quale complicità scaturisca tra Siracusa e Pietroburgo, né se i Karamazov siano degenerati a Catania, eppure nella scrittura di Veronica Tomassini cruda, spinata, come un’agave, dolce come la preghiera di compieta, che lascia fiato alla sera, a compiere ogni cosa risuona la domanda infaticabile, impossibile di Dmitrij: «Perché la creatura piange?», perché l’uomo è infelice, claudicante nel dolore, deriso dal male, eletto al pianto? «Tu hai incontrato i sopravvissuti della terra, seduta sul letto della creaturina», scrive Veronica Tomassini, in Vodka siberiana, ultima porzione di un’opera sinfonica, arrischiato requiem, che va da Sangue di cane (edito dieci anni fa da Laurana) a Christiane non deve morire (2014), da L’altro addio (2017) a Mazzarrona (2019). Un’opera che ha la grazia tagliente degli abbandonati, la forma perturbante di chi è denigrato per eccesso d’innocenza. Come una guerriera scalza cammina, Veronica Tomassini, nel sacrilegio dell’editoria italica: Vodka siberiana se l’è stampato da sola, col candore della svergognata, e quel libro, orfano, è diventato un miracolo, chiesto, desiderato, onorato, ristampato. È lei, Veronica Tomassini, con quelle frasi sul ciglio dell’abisso, a stupire le labbra perché ogni frase può essere l’ultima, sempre, in questa specie di incendio bianco: «C’era una luce timida che penetrava dalle fessure dei battenti. Una luce di settembre che suggeriva viali di porpora, la definitezza pacifica, concedeva riposo agli occhi, ed era come indirizzarti alla quiete. E dunque all’accettazione» , l’autentica eroina della letteratura italiana, altro che Elena Ferrante, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti… (le è equivalente, nell’ambito della poesia, Francesca Serragnoli, che ha appena pubblicato un libro prediletto, La quasi notte). A me pare, più la leggo, una santa, Veronica Tomassini, che usa il verbo come una spada: e la santità abita l’assenza, procede per crudeli tenerezze, nella tana dello spietato. Vodka siberiana è un poema romanzesco, così, di rovine e di rovinati, di perduti alla vita, di icone e di incubi, di «follie consumate per una passione governata male, l’intemperanza», di falò umani («il siberiano voleva darsi fuoco, bruciare davanti a te»). La scrittura, in questi regni inferi dell’uomo, nell’ustione, è esatta, pare una regola monastica («Lui voltò il suo viso bello ed eroico quadrato, gli zigomi scolpiti, il biancore guastato dal sangue fiammeggiante che ne imporporava il volto a causa dell’ubriachezza»). Qualcuno, con un film di Emir Kusturica in sottofondo, potrebbe scambiare Veronica Tomassini per una Marguerite Duras, semmai più allucinata, trafitta da profezie. Piuttosto, Veronica Tomassini sa ruotare la rabbia in aristocrazia, sa che si ama solo ciò che muore, certi nella lacerazione. «Se pure si ama, è amore nascosto, inapparente, non pare amore, ma tutto patire», scrive quell’altra Veronica, la Giuliani, mistica umiliata, vissuta nel tardo Seicento, scrittrice di stravolta grandezza. Insomma: in questo romanzo si entra per adorazione. Tag:  Veronica Tomassini Vodka siberiana Speciale:  Controcultura focus

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